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Iginio De Luca. Carborundum

Carborundum, il suono del tempo minerale è il lavoro che l’artista romano Iginio de Luca ha realizzato per la Litografia Bulla (fondata a Parigi nel 1818), dal 1840 attiva a Roma nell’incontro con generazioni di artisti locali o in transito da diverse parti del mondo.

Con la capacità di pochi di re-inventarsi, dal 2020 la Litografia ha inaugurato una delle sue finestre al Progetto Passaggi, apertura sulla strada di una delle due delle stanze storiche dello studio, dove gli artisti hanno sperimentato, e continuano a sperimentare, con questa particolare tecnica di stampa. Apertura, anche, alla sperimentazione con ogni generazione di artisti per iniziativa Beatrice e Flaminia Bulla, settima generazione a portare avanti l’attività assieme al padre Romolo.

Iginio De Luca è stato invitato a realizzare un lavoro e a mettersi in ascolto del luogo. “Artista attento alle condizioni di soglia, là dove prendono forma confini mobili, i momenti in cui avvengono i passaggi di stato, in cui la percezione di chi osserva trasforma le persone, i luoghi e le cose in qualcos’altro”.
Così ritrae l’artista Pietro Gaglianò, e questa particolare sensibilità fa sì che il luogo si incontri nel procedimento litografico, in particolare nel momento della cancellazione della pietra, passaggio tra un lavoro e un altro.

Il disegno ad inchiostro formato da grassi e resine, realizzato dagli artisti e poi fissato sulla pietra, viene infatti poi cancellato alla fine di ogni lavorazione attraverso un materiale abrasivo, il carborundum (del titolo). La cancellatura è un momento di transizione che il suo lavoro restituisce in più di un’immagine, tutte radicate nel suono.

Il suono è quello che nasce nello sfregamento del carborundum sulla pietra, con l’impiego di diverse grane, dalla più fina alla più spessa. Iginio De Luca si è impegnato in questo processo alla ricerca di una sintonia e un ritmo, con un impegno anche fisico che potesse far rivivere la memoria della pietra.

Quando il suono, orchestrato in cinque brani compressi in un vinile, si disperde nelle stanze della litografia, ‘luogo esoterico’, ‘tempio dell’immagine’ come lo ha fotografato con le parole Anna Cestelli Guidi nel testo che accompagna l’installazione, la memoria dell’attività di centinaia di pietre litografiche affastellate nello spazio, è restituita alla vita.

A questa immagine ‘suonata’ nelle corde dell’empatia, si aggiunge quella della traccia audio di questo procedimento formattata dal computer e incisa a mano da Iginio de Luca sulla stessa pietra per farne una litografia.

L’eco di queste immagini risuona nel materiale che riveste interamente le copertine della serie dei venti vinili e nel titolo, Carborundum, il suono del tempo minerale, che deposita nel materiale abrasivo e nel suo processo, la matrice di questa operazione e ne visualizza la sua futura trasformazione nella sperimentazione che verrà. Nel mentre, fuori dalle stanze del laboratorio litografico, l’eco della cancellazione risuona nella coscienza politica con la stessa forza poetica che definisce tutte le operazioni di Iginio De Luca.

immagini: (tutte) Iginio De Luca, «Carborundum, il suono del tempo minerale», Litografia Bulla, Roma. © Luis do Rosario

 

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Harold Cohen: AARON

Con una mostra a cura di Christiane Paul, il Whitney Museum of American Art ripercorre l’evoluzione di AARON, il primo programma di intelligenza artificiale sviluppato nei tardi anni ’60 da Harold Cohen per accompagnarlo creativamente nella sua pratica pittorica, adottato a collaboratore per stimolare conoscenza sperimentazione. I lavori sono attentamente selezionati e tracciano in maniera scientifica i momenti chiave di questo dialogo uomo-macchina. L’approccio curatoriale è cronologico e permette di attraversare il passaggio da analogico a digitale, la transizione da astrazione a figurazione, a metà degli anni ’80, e tutto ciò che questi passaggi ha comportato in termini tecnici e concettuali.

Il Whitney Museum è l’unico museo a possedere nella sua collezione versioni del software AARON che tracciano i diversi periodi di sviluppo di questo progetto e permettono quindi di ritracciare le diverse fasi di evoluzione del software e di questo dialogo cresciuto con una certa gradualità.

Harold Cohen ha stabilito con il software un vero e proprio dialogo. Ha iniziato con il fornirgli regole e conoscenze per quello che riguarda i principi base di colore, forma, composizione e dimensione, fondamenti che appartengono alla sua formazione di pittore. Il loro dialogo è cresciuto, con una certa gradualità. Da un primo ragionamento su disegno e colore attraverso delle regole formulate per vie analogiche avviato negli anni ’60 si è arrivati ai primi anni ’70, quando si presenta l’occasione e il giusto contesto per sviluppare il software AARON alla Stanford University’s Artificial Intelligence Lab.

Da questo momento in poi, percorso è proseguito per fasi, ciascuna un tentativo (sempre riuscito, a volte anche troppo) di spingere oltre i limiti dell’intelligenza artificiale. Ad un certo punto, Cohen si rende conto che la macchina è in grado di fare cose che prima non immaginava possibili. Quando impara a colorare i disegni, prima completati a mano dall’artista, arriva ad un momento di crisi. Non è la mancanza di cose da fare, piuttosto l’arenarsi della collaborazione tra uomo e macchina.  “I felt that my dialogue with the program, the very root of our creativity, had been abruptly terminated”, racconta in una conferenza del 2010 all’ Orcas Center.

Ecco perché centrale nella mostra al Whitney è la macchina riportata in vita per fare entrare i visitatori, anche online in streaming sul sito in alcune ore del giorno, nel processo di esecuzione delle opere. Il software “as a central creative force behind the artwork”. Non solo. In mostra anche tutta una serie di ephemera, come quaderni di appunti e disegni personali che fanno parte del momento di progettazione e di riflessione.

Oltre a celebrare un artista riconosciuto come pioniere dell’arte digitale, la mostra entra nel vivo di questo dialogo uomo-macchina, penetra i meccanismi del processo scandendo le tappe, aiuta a riflettere sul nostro rapporto con le moderne tecnologie di intelligenza artificiale con i programmi più recenti come DALL-E, Midjourney e Stable Diffusion.

“Harold Cohen’s AARON has iconic status in digital art history, but the recent rise of AI artmaking tools has made it even more relevant. Cohen’s software provides us with a different perspective on image making with AI,” dice Christiane Paul, Curator of Digital Art at the Whitney. “What makes AARON so remarkable is that Cohen tried to encode the artistic process and sensibility itself, creating an AI with knowledge of the world that tries to represent it in ever-new freehand line drawings and paintings. Watching AARON’s creations drawn live as they were half a century ago will be a unique experience for viewers.”

In questi ultimi anni, in particolare in coincidenza con la crisi pandemica e lo spostamento di interessi economici e culturali online, alcuni termini come arte digitale sono stati particolarmente inflazionati, confusi con strumenti digitali come i certificati NFts, o con progetti di grafica e design. Questo ha significato oscurare buona parte di quelle sperimentazioni che hanno scritto la storia della ricerca in questi ambiti per più di vent’anni.

Queste operazioni che attraverso le mostre facilitano conoscenza e consapevolezza sono particolarmente importanti. In parallelo al Whitney, si è mossa anche la Galleria londinese Gazelli Art House, proponendo, con la mostra “Refractoring (1966-74)”, una selezione molto accurata di lavori di Cohen che hanno tracciato momenti chiave della transizione tra il 1966 e il 1974, momento nodale del suo lavoro ma anche inizio di diffusione delle tecnologie nella società. Tra i lavori, anche Sentinel esposto alla Biennale di Venezia nel 1966, quando è stato invitato a rappresentare il Padiglione Inglese, momento di grande riconoscimento internazionale che non arresta la sua spinta creativa “that arises when the individual starts to question the unquestioned assumptions of his field and to act out of the scenarios that present themselves as a result”.

Alla riflessione pura sul rapporto uomo-macchina le mostre restituiscono parte di questa storia, la rendono comprensibile avvicinando i visitatori al processo nella sua vitalità. Gli incontri, alcuni disponibili online sul sito del Whitney, i documenti prodotti e il catalogo con contributi dei più importanti studiosi che il 9 maggio è stato presentato alla Gazelli Art House, seguiranno la fine delle mostre. Tutto questo ci fa riflettere anche sulla curatela delle mostre, quando tra gli obiettivi c’è anche  quello di garantire che i contenuti siano resi disponibili e accessibili ai visitatori, rispettivamente nella misura di un museo e di una galleria.

Harold Cohen, AARON, a cura di Christiane Paul, Whitney Museum of American Art, fino al 19 maggio 2024

Immagini: (cover 1-2) panoramica d’installazione di Harold Cohen: AARON, Whitney Museum of American Art, New York, 3 febbraio –19 maggio, 2024 (3) Harold Cohen, AARON KCAT, 2001 (4) panoramica d’installazione di Harold Cohen: AARON, Whitney Museum of American Art, New York, 3 febbraio –19 maggio, 2024 (5) Harold Cohen, AARON Gijon, 2001 (6) Panoramica di installazione di Harold Cohen, Refactoring (1966-74), Gazelli Art House, Londra (8 marzo–11 maggio 2024).  Courtesy Gazelli Art House, Londra.

 

 

 

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TiD CAMPUS: LAB – PROCESS

TiD CAMPUS: LAB - PROCESS

Process-oriented, community building, shared exploration, open space, research, network, lead practices and more while taking part in the 10th edition of Ticino in Danza. Where: Genestrerio, Switzerland When: July 2-10 Deadline for applications: June 15 2024 July 2-10, Ligornetto-Mendrisio (TI Switzerland)Jul 2-6Part 1 – Lab Process (time self-organized collectively with the group)July 7-10Part 2 – Lab lead by Laura Vilar […]

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