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Isabella Tortola e Debora Vrizzi alla Fondazione Gajani

Per l’edizione di Art City 2025 gli spazi della Fondazione Gajani verranno contaminati attraverso il lavoro di due artiste chiamate a collaborare insieme per la prima volta: Isabella Tortola e Debora Vrizzi. Da una parte una fotografa; dall’altra una regista e una videoartista.
Obiettivo della mostra è quello, come sempre, di trovare un dialogo e una narrazione con Carlo Gajani e i suoi spazi: fondazione-galleria e casa d’artista. Se l’anno scorso l’approccio con Francesca Lolli è stato quello della caccia al tesoro, quest’anno, invece, avverrà una vera e propria “emissione dell’arte”.  Parte del mobilio e delle decorazioni architettoniche, infatti, rimarrà visibile; le opere d’arte dell’autore, invece, verranno “nascoste” attraverso l’utilizzo di semplici teli trasparenti.
Il telo si fa, in questo modo, simbolo di una cancellazione che non vuole essere, da parte delle artiste e della curatela, né un’occupazione all’interno della residenza del celebre artista bolognese, né una forma di remissione rispetto alla sua arte. L’obiettivo è semplicemente quello di ribaltare la visione e lo sguardo di chi, come ospite, entrerà all’interno della mostra durante la manifestazione. Cosa succede se il luogo che ci aspettiamo di trovare ricolmo di arte, si ritrovasse svuotato da tutto? Che significato produrrebbe nella mente dello spettatore? Una cancellazione che non vuole essere un ribaltamento dell’arte di Gajani, ma un vero e proprio cambio di significato, un’eliminazione alla Emilio Isgrò: cancellare per svelare il paradosso, giocare con l’ovvio e sulle aspettative di chi, da tempo, forse si è troppo abituato a dare per scontato ciò che ha davanti. In questo modo, l’arte, da mero oggetto commerciale, da banalità, da ovvietà riprende forza e spazio, urlando e manifestandosi attraverso la sua stessa assenza.
Per entrare più nel dettaglio Debora Vrizzi ci ha spiegato i retroscena.

 Sara Papini. Come nasce il progetto Blinding Plan?

Debora Vrizzi. Blinding Plan è nato nel 2011 come una provocazione nei confronti di quella politica che in Italia svaluta la cultura. Mi sono posta questa domanda “come sarebbe un mondo senza cultura?”.

Ho girato il primo Blinding Plan (piano di accecamento) al Museo MAXXI di Roma, filmando alcuni spettatori inconsapevoli mentre visitavano il museo. In un secondo momento ho cancellato dalle pareti le opere esposte lasciando invece lo sguardo al vuoto degli spettatori.

La cancellazione delle opere ha avuto l’effetto di sottolineare il rapporto tra il pubblico, l’opera d’arte contemporanea e i musei che la contengono.

In questo primo video ho voluto sottolineare come spesso l’arte contemporanea viene fruita ma non capita, vissuta con sufficienza o frustrazione, noia o ironia. Frequentare i grandi musei d’arte contemporanea (luoghi per eccellenza di consacrazione dell’opera d’arte e dell’artista), è oggi diventato un pellegrinaggio culturale, un rito obbligatorio che lascia spesso indifferente il pubblico.

Lo spazio vuoto che rimane si riempie di metafore, lasciando spazio a diverse possibilità di riflessione, in particolare rende palese l’incapacità di vedere e capire l’arte che viene proposta al grande pubblico.

 Il passaggio dal primo al secondo video, come è stato tornare a lavorare sullo stesso concetto?

La lettura del saggio L’inverno della cultura è stato fondamentale per il secondo video “Blinding Plan The Cathedral”. In questo saggio Jean Clair si interroga sulla giusta “forma” da dare ai musei, paragonandoli a delle chiese. A questo punto, una volta spogliati delle opere d’arte, i musei sono diventati per me delle grandi cattedrali vuote. Le cattedrali gotiche erano orientate verso est, per intercettare e celebrare il sorgere del sole. Al loro confronto, i musei sembrano cattedrali contemporanee che hanno perso il loro orientamento – come se la cultura non avesse più una direzione. Credo che i musei possano ancora cercare di essere cattedrali: sono tra i pochi luoghi in cui i cittadini possono celebrare il trovarsi, il raccoglimento, la concentrazione, la contemplazione, l’ascendere a qualcosa di più luminoso.

Art City e Fondazione Gajani, come ti senti per questa esperienza?

Ho visitato di recente la Fondazione Gajani che accoglie il visitatore dentro un’atmosfera avvolgente e ricca di stimoli. Mi sembra una bellissima e insolita opportunità espositiva, ideata da Sara Papini e Giuseppe Virelli.

L’esposizione a cui sono stata invitata mi pare che ben si concilia con il principio di Art City di coinvolgere un vasto pubblico e ampliare gli spazi espositivi nella città di Bologna. Principio che tra l’altro mi pare in linea con l’auspicio intrinseco nel mio progetto Blinding Plan di smuovere le istituzioni museali per farle diventare qualcosa di dinamico, interdisciplinare che propone un’arte inclusiva e un dialogo tra passato e presente con spazi inusuali della città.

 

 

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Dino Ignani 80’s Dark Rome

C’erano tutti all’inaugurazione della mostra 80’s Dark Rome di Dino Ignani al  Museo di Roma in Trastevere. Una moltitudine di persone che si cercavano e si riconoscevano nei ritratti scattati 40 anni fa da Ignani ai giovani della comunità dark di Roma. Tra le fotografie e il pubblico, tra passato e presente, filtrava un’aura di protagonismo, denso di ricordi e sorprese; le immagini e i loro osservatori sembravano rievocare la veste allegorica di una mitologia epocale che Ignani aveva definito nelle sue fotografie.

80’s Dark Rome è infatti l’esplorazione e il documento di un periodo specifico della cultura giovanile romana. Le immagini sono ritratti che si concentrano sull’estetica Dark nei primi anni Ottanta del secolo scorso, cioè sui “giovani-adulti che a Roma animavano i club della cosiddetta scena dark, un cuneo ottico nero non così univoco ma di un’inedita gamma di declinazioni estetiche e identitarie che rifluivano su altri mood e stili dell’epoca”, come scrive Matteo Di Castro nell’introduzione al libro dedicato alla mostra.

Il momento storico è molto significativo, segnato dalla disintegrazione delle militanze culturali e politiche del decennio precedente, e caratterizzato da un ripiegamento che si esprime con una sterzata sull’esteriorità, ribaltando l’ideologia in un mood narcisistico e alternativo. Emergono sottoculture come il goth e il post-punk che hanno influenzato profondamente il teatro, la poesia, la moda e in particolare la musica. I giovani Dark, in qualche misura reduci inconsapevoli degli anni di piombo, si caratterizzano per la prevalenza di un look basato sul colore nero negli abbigliamenti, negli accessori e negli atteggiamenti, spesso in differenti combinazioni che testimoniano forme di espressione individuale e di ribellione contro norme sociali ed estetiche codificate. I loro ritratti riflettono temi di introspezione, alienazione, e soprattutto una diffusa ricerca di appartenenza.

Dino Ignani tra il 1982 e il 1985 segue i gruppi Dark di cui è diventato amico nelle notti romane, nei locali e nelle discoteche e li fotografa sistematicamente, seguendo un metodo costante. Non li riprende mentre ballano o interagiscono tra loro ma in pose frontali, facendone gli interpreti iconici di derive collettive. Il suo è “un modo aperto per fotografare la scena del clubbing per cui si attraggono i protagonisti di un movimento, non per un processo selettivo ed esclusivo ma per volontà e spirito di partecipazione ad un immaginario, ad uno stile e a un desiderio comune” (Matteo Di Castro).

Nei locali Ignani si colloca in un angolo tranquillo con la sua attrezzatura fotografica, reflex sul cavalletto, inquadratura frontale, pellicola in bianco nero, set preferibilmente neutro, minimo margine lasciato allo sfondo, illuminazione continua con un faro da 1000 watt e ombrello, tempo di posa contenuto.  Uno scatto a testa e si creava la fila, erano tutti ben disposti a partecipare a questo “gioco”, racconta Dino.

Le foto vengono a formare una serie in cui si intersecano codici, stereotipi e individualità. I volti di ragazze e ragazzi Dark si atteggiano senza sorridere, abbigliati e truccati con cura, gli occhi fissi nell’obiettivo con uno sguardo penetrante che sembra condividere quello del fotografo che li ritrae. Sguardi diversi e simili che raccontano una dimensione autobiografica e culturale.

Creare un set fotografico nei locali e invitare i partecipanti di questa piccola e disincantata compagine a farsi riprendere non solo rende la fotografia un’esperienza interattiva, ma permette anche di catturare l’essenza e l’immediatezza delle emozioni tra percezione e identificazione. Perché la posa frontale non ha vie di fuga, si pone al di fuori della temporalità immediata e dell’improvvisazione dell’istantanea. È un metodo mentale, programmato; nella posa il soggetto attende lo scatto, certamente si atteggia, si maschera, ma soprattutto vuole che la sua immagine –  volto, look e corpo – siano fissati in quel modo e in quel momento, stabilendo una sorta di complicità con il fotografo.

Nella posa c’è una tensione concettuale che corrisponde perfettamente alla capacità della fotografia di modificare l’oggetto che riprende, interpretandolo ben oltre la semplice registrazione e ponendo la percezione sul confine di un’evidenza ineccepibile. E questo processo di elaborazione si configura nella fotografia di Dino Ignani come elemento di una serie che assume il senso di un’indagine su cosa sia ritratto, cosa significhi per il fotografo e per coloro che sono fotografati.

Non a caso Dino si è concentrato da sempre sul ritratto inteso come elemento di una complessa rete di relazioni nei tempi e negli spazi del vissuto, utilizzando la fotografia come strumento di analisi capace di filtrare fisionomie ed espressioni, ambienti e contesti; ha privilegiato soprattutto poeti e scrittori cui ha dedicato serie ormai famose e preziose come Intimi ritratti.

La mostra 80’s Dark Rome ha chiuso il 12 gennaio 2025: rimane il libro Dino Ignani, Dak Roma 1982-1985, a cura di Matteo Di Castro con Elena Marasca, testi di Matteo Di Castro, Daniela Amenta, Diego Mormorio, Viaindustriae Publishing 2024. E soprattutto rimane la capacità creativa di Dino Ignani che continua ad arricchire il suo archivio accentuando il procedimento performativo di tutto il progetto, attraverso l’inserimento nella dimensione social; ha fotografato giorno per giorno con il cellulare i visitatori della sua mostra e ha inserito le immagini sul profilo facebook   80’s Dark Portraits by Dino Ignani.

Con la leggerezza di un’accoglienza personale e amichevole sta così realizzando un’altra serie, i Visitors; è un’ulteriore versione del significato simbolico del ritratto e del suo rapporto con i volti, le facce, la postura e l’abbigliamento, la circostanza e il contesto (va ricordato in proposito anche il progetto iniziato con Vernissage alla Biennale di Venezia 2003). Nei Visitors viene a formarsi con apparente facilità e naturalezza un dialogo tra il fotografo, gli spazi e le immagini della sua mostra e quel tipo di persona che è chi va a vedere una mostra. E in particolare questa mostra 80’s Dark Rome.

Il set fotografico è ora la mostra stessa, con la dinamicità del percorso e delle percezioni; il ritmo della serie è diverso, con una intenzionalità meno circoscritta, con incontri differenziati e maggiore spazio alla contingenza. Ci sono gruppi e persone ripresi a sorpresa in qualche istantanea mentre osservano le foto; ma nella maggioranza gli scatti sono frontali, gli sfondi sono scelti dai visitatori stessi, ancora una volta in posa ma con un look casual e per lo più sorridenti con quel sorriso un po’ divertito e un po’ così che si piazza sul viso quando siamo fotografati. Ci sono giovani e meno giovani, amici, artisti, altri fotografi. Immagini che compongono un’altra mostra nella mostra e intessono uno splendido dialogo con le foto dei Dark. E ci sono anche alcune ragazze che spavaldamente ripropongono i dark di una volta con un look perfettamente impostato ma aggiornato sull’outfit fluo e techno del ventunesimo secolo. Altri sguardi dunque, volti, personaggi e contesti che continuano nei Visitors il corto circuito tra immagine, invenzione, percezione, identificazione e metafora che caratterizza il fare ritratti di Dino Ignani. Mentre il visibile fotografico si anima e a risuona nelle interconnessioni del social.

Dino Ignani 80’s Dark Rome, a cura di Matteo Di Castro, Museo di Roma in Trastevere, mostra promossa da Roma Capitale, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con i servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

Dino Ignani, Dak Roma 1982-1985, cat. mostra (Museo di Roma Intrastevere 11.09.2024 – 25.01.2025), a cura di Dino Ignani (artista) e Matteo Di Castro (Curatore), Viaindustriae editore, 2024

 

 

 

 

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FRAME > Rubber Pencil Devil

FRAME cattura Rubber Pencil Devil, la serie finale di cinquantasette video installata all’interno di una casa luminosa costruita con luci al neon colorate, ispirata al tempo trascorso da Da Corte a disegnare in una tavola calda durante la scuola d’arte.  Le immagini di Da Corte sono abbinate alle parole del video di Bob Dylan “Subterranean Homesick Blues” del 1965 e l’artista si chiede: “Cinquant’anni dopo, forse questo è un momento simile, che ha bisogno di una conversazione empatica e forse se uso le parole [di Dylan] e le abbino alle mie immagini, potrei dare un senso all’America”. (via)

Alex Da Corte, Rubber Pencil Devil, 2018, immagine via
realizzato per la 57a mostra internazionale Carnegie, organizzata da Ingrid Schaffner, ottobre 2018

 

 

 

 

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Haacke alla Schirn Kunsthalle

Dall’8 novembre 2024 al 9 febbraio 2025, la Schirn Kunsthalle di Francoforte dedica una retrospettiva all’artista tedesco-americano Hans Haacke, con una rassegna di opere a dal 1959 a oggi, tracciandone il suo indirizzo politico.

In diverse occasioni, i suoi controversi contributi artistici ai dibattiti in corso sono stati censurati dalle mostre. Artisticamente, ha perseguito una varietà di strategie, impegnandosi precocemente nei campi dell’ecologia e delle scienze naturali, attingendo agli approcci del gruppo ZERO, del Minimalismo, dell’Arte Concettuale, dell’arte pubblica e della poster art, tra gli altri. In qualità di pioniere della Critica Istituzionale nell’ambito dell’Arte Concettuale, le sue opere esaminano ordini o sistemi e li presentano in modo comparativo. L’artista stesso descrive il mondo come un super-sistema con innumerevoli sottosistemi, ognuno dei quali è più o meno influenzato dagli altri. Il pensiero sistemico, la critica istituzionale e la democrazia sono i temi principali che attraversano l’opera di Haacke. Alla Schirn sono in mostra i primi lavori iconici degli anni Sessanta, i suoi influenti sistemi in tempo reale, i pezzi che invitano alla partecipazione del pubblico e le ampie installazioni (storiche) politiche. Con circa settanta dipinti, fotografie, oggetti, installazioni, azioni, manifesti e un film, la mostra illustra come Haacke sia diventato uno degli artisti politici più importanti e influenti del mondo per le generazioni successive.

 

Per questa retrospettiva completa, lo Schirn è riuscito a riunire a Francoforte importanti opere dell’artista provenienti da collezioni pubbliche e private internazionali, tra cui: Museum Abteiberg, Mönchengladbach; Art Gallery of Ontario, Toronto; FRAC Bourgogne Dijon Collection; Generali Foundation Collection at the Museum der Moderne, Salzburg; Hamburger Bahnhof Nationalgalerie der Gegenwart, Berlino; LACMA, Los Angeles; Museum Ludwig, Colonia; MACBA, Barcellona; Lila and Gilbert Silverman Collection, Detroit; TATE London e Whitney Museum of American Art, New York.

Sebastian Baden, direttore della Schirn Kunsthalle di Francoforte, osserva che: “Hans Haacke è una leggenda dell’arte concettuale politica. Con questa retrospettiva presentiamo un artista il cui lavoro ha avuto una grande influenza sull’arte contemporanea. I suoi temi principali dell’ecologia, della critica istituzionale e della democrazia sono anche i temi centrali del presente. La pratica critica di Haacke deve essere resa accessibile e comunicata a un vasto pubblico internazionale. L’artista si preoccupa sempre di coinvolgere gli spettatori, invitandoli a impegnarsi in un dibattito critico e sensibilizzandoli alla diversità e alla libertà di opinione. Il potenziale democratico del suo lavoro di opposizione è particolarmente rilevante oggi, in un momento in cui le democrazie di tutto il mondo sono a rischio”.

Ingrid Pfeiffer, curatrice della mostra, osserva inoltre: “Osservare in particolare i primi lavori di Hans Haacke offre spunti di riflessione su un’opera che a prima vista può sembrare eterogenea. Egli utilizza questioni sistemiche per combinare materiali e tecniche diverse come la fotografia, gli oggetti, le azioni o le installazioni. I parallelismi strutturali percorrono come un filo d’oro la sua opera. In vari periodi, ha collegato sistemi fisici, biologici e sociali per rivelare strutture e cicli. Il lavoro di Haacke è sempre rigorosamente politico, ma anche poetico e umoristico. Questa sua schiettezza lo ha portato a essere disinvitato più volte dalle mostre. Ha sempre difeso le sue convinzioni, in particolare la difesa dei principi democratici”.

Nella sua rotonda accessibile al pubblico, la Schirn presenta l’iconico Gift Horse (2014) di Hans Haacke, che l’artista ha realizzato per Trafalgar Square a Londra nell’ambito del Fourth Plinth, una delle più prestigiose commissioni di arte pubblica al mondo. Come una sorta di “contro-monumento” alla rappresentazione imperiale del potere da parte delle statue di questa piazza, la scultura in bronzo di Haacke, alta 4,5 metri, mostra uno scheletro di cavallo basato su uno studio tratto dal libro di George Stubbs The Anatomy of the Horse. Il ticker della Borsa di Francoforte è trasmesso in diretta tramite un display elettronico su un anello nella parte anteriore dell’osso della coscia dello scheletro. Gift Horse di Haacke può essere letto come un commento su una società che per secoli è stata definita da antagonismi di classe e soggetta ai dettami dei mercati.

Il percorso espositivo inizia con importanti opere fisiche, biologiche ed ecologiche a partire dagli anni Sessanta. I primi progetti di Haacke sono stati influenzati dall’amicizia con Otto Piene e dal contatto con il gruppo ZERO di Düsseldorf. In questo periodo partecipò a numerose mostre pionieristiche sull’Arte Cinetica, l’Op Art, l’Arte Concettuale e la Land Art. Sebbene il lavoro di Haacke si sovrapponga a molti movimenti innovativi degli anni Sessanta, egli non sente di appartenere veramente a nessuno di essi. Non era interessato a materiali o stili specifici, ma alle connessioni fondamentali tra sistemi fisici, biologici e sociali. Tra le prime opere esposte allo Schirn figurano il dipinto Ce n’est pas la voie lactée (1960) e i rilievi di Haacke con lamine di specchio realizzati a partire dal 1961.

Quest’ultimo testimoniava già un interesse per le interazioni con lo spettatore, che sarebbero diventate sempre più importanti. Anche la prima opera fotografica di Haacke, Photographic Notes, documenta 2 (1959), ritrae il comportamento dei visitatori negli spazi espositivi. Altre opere, alcune delle quali di natura partecipativa, mostrano processi fisici, come Column with Two Immiscible Liquids (1965) o Large Water Level (1964-65). In mostra anche una serie in cui Haacke ha esplorato i vari stati fisici dell’acqua. Una delle opere simbolo dell’artista è il Large Condensation Cube (1963-67), un cubo di vetro acrilico che racchiude una piccola quantità d’acqua. Haacke ha anche chiamato questi cubi “scatole meteorologiche” e in seguito ha fatto analogie tra il clima meteorologico e quello politico.

Questo collegamento di sistemi diversi è caratteristico del metodo di Haacke. Il passaggio dall’oggetto (o scultura) al processo è evidente anche nella sua pratica artistica. Altri “allestimenti sperimentali” all’interno del museo mostrano il ciclo dell’acqua (Circulation, 1969) attraverso l’evaporazione, la condensazione, la cristallizzazione, la liquefazione, altri movimenti d’aria (Blue Sail, 1964-65) o processi di crescita (Grass Grows, 1969).

L’artista è tornato costantemente su questioni sistemiche ed ecologiche. La sua fotografia Monument to Beach Pollution (1970) è una delle prime opere d’arte ecologiche. Con il Trittico delle acque di scarico di Krefeld (1972) e l’Impianto di depurazione delle acque del Reno (1972), Haacke ha commentato in modo diretto e incisivo l’inquinamento del fiume Reno. Anche i suoi “sistemi in tempo reale” sono una caratteristica distintiva della sua opera. L’azione Chickens Hatching (1969) vede schiudersi pulcini in L’azione Chickens Hatching (1969) vede schiudersi pulcini in tempo reale nello spazio espositivo, dimostrando i processi di nascita e crescita in una struttura scatolare minimalista. Ant Co-op (1969) documenta la regolarità delle gallerie scavate dalle formiche come sistema biologico e sociale. Il ritratto d’artista documentario Hans Haacke: Self-Portrait of a German Artist in New York (1969) offre approfondimenti sui suoi metodi artistici e mostra anche molte delle prime opere processuali in azione.

Una delle aree di interesse della mostra è l’approccio sociologico e politico che alla fine è diventato la sua firma. A partire dal 1969, Haacke ha iniziato ad analizzare e visualizzare i sistemi sociali al fine di suscitare dibattiti sociopolitici nel contesto artistico. Questa forma di arte concettuale è fondamentalmente una presa di coscienza delle condizioni sociali, economiche e istituzionali in cui l’arte viene prodotta, esposta, venduta e ricevuta. Nel 1971, Shapolsky et al. Manhattan Real Estate Holdings, a Real-Time Social System, as of May 1, 1971 ha scatenato uno scandalo politico-culturale e proteste artistiche contro la censura. Utilizzando fotografie, tabelle e planimetrie di 142 proprietà nel Lower East Side e nel quartiere di Harlem a Manhattan, Haacke ha esposto la dubbia concentrazione di proprietà immobiliari e le relative pratiche del gruppo Shapolsky.

Quest’opera portò il direttore del Guggenheim Museum, Thomas Messer, a cancellare la mostra personale di Haacke poco prima della sua inaugurazione. Anche Manet-PROJEKT ’74 (1974), presentato da Haacke per la mostra di anniversario del Wallraf Richartz Museum di Colonia, ha provocato un altro atto di censura istituzionale. Haacke propose di esporre il Grappolo di asparagi (1880) di Édouard Manet, proveniente dalla collezione del museo, insieme ai risultati delle sue ricerche sulla provenienza dell’opera. I pannelli informativi contengono dettagliate informazioni personali, biografiche, professionali e finanziarie sui precedenti proprietari, nonché informazioni sul loro coinvolgimento nel nazionalsocialismo. La Schirn presenta anche altre due opere che esaminano criticamente gli intrecci tra mecenatismo artistico e attività economica: Der Pralinenmeister (Il maestro del cioccolato) (1981), sulle connessioni tra le decisioni culturali e fiscali dell’influente collezionista e produttore di Colonia Peter Ludwig, e Buhrlesque (1985) sul collezionista d’arte, mecenate e produttore di armi svizzero Dr. Dietrich Bührle.

La mostra presenta anche opere partecipative, come l’installazione MoMA Poll (1970) in cui Haacke ha posto ai visitatori del Museum of Modern Art di New York domande sulle loro convinzioni politiche. Durante la mostra alla Schirn sarà condotto anche un nuovo sondaggio tra i visitatori. In Photoelectric Viewer-Controlled Coordinate System (1968), i movimenti dei visitatori attraverso la stanza attivano proiettori a infrarossi e sensori fotoelettrici che attivano in modo diverso ventotto lampadine.

In numerose opere Haacke ha sostenuto i processi democratici, l’attivazione dell’opinione pubblica e un approccio antifascista pluralista. Alcuni dei suoi progetti riguardano la rappresentazione dei media: News (1969) trasporta il ticker di un’agenzia di stampa nello spazio espositivo; nello Schirn vengono trasmessi i servizi di alcuni media di Francoforte, come la Frankfurter Allgemeine Zeitung, la Frankfurter Rundschau e Hessenschau.de. Photo Opportunity (After the Storm / Walker Evans) (1992) offre una prospettiva comparativa sul reportage fotografico. La Schirn presenta anche il lavoro di Haacke sulla critica del potere per Documenta 7. L’installazione Oil Painting: Homage to Marcel Broodthaers (1982) consiste in un ritratto dell’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan realizzato dallo stesso Haacke, esposto di fronte a una fotografia di grande formato di una grande manifestazione di oppositori alla sua politica e allo spiegamento di armi nucleari. Anche l’impegno di lunga data di Haacke nei confronti della politica della storia e del post-nazismo è presente nella mostra. Nel 1993 ha rappresentato il Padiglione tedesco alla Biennale di Venezia, per il quale ha ricevuto il Leone d’oro insieme a Nam June Paik.

Il suo sensazionale contributo GERMANIA presenta un campo di detriti di lastre di marmo all’interno della sala, che era stata ristrutturata nel 1939 sotto il nazionalsocialismo. Haacke ha sviluppato l’opera di grandi dimensioni DER BEVÖLKERUNG (TO THE POPULATION) (2000) come installazione permanente per uno dei due cortili interni dell’edificio del Reichstag tedesco a Berlino. La decisione di affidare l’incarico ad Haacke è stata oggetto di intensi dibattiti pubblici nel Bundestag. Le lettere illuminate installate sul pavimento si riferiscono all’iscrizione “DEM DEUTSCHEN VOLKE” (Al popolo tedesco) sul frontone dell’edificio del Reichstag. Ogni membro del Bundestag è stato invitato a contribuire con 50 chilogrammi di terra del proprio collegio elettorale; i semi inseriti nel terreno sono cresciuti in una varietà di vegetazione vivente, che oggi incornicia le lettere. Il progetto di poster di Haacke We (All) Are the People, creato per documenta 14 (2017) a Kassel e Atene e da allora esposto più volte, può essere letto come una reazione all’aumento del sentimento anti-migranti degli ultimi decenni. L’opera, basata su manifesti testuali, ripete lo slogan omonimo nelle dodici lingue diverse dei principali gruppi di migranti in ogni Paese.

(dal comunicato stampa)

Hans Haacke. Retrospective, Schirn, 08.11 – 05.02.2024
La mostra “Hans Haacke: Retrospettiva” è finanziata dalla Kulturstiftung des Bundes (Fondazione culturale federale tedesca). Finanziata dalla Beauftragte der Bundesregierung für Kultur und Medien (Commissario del governo federale per la cultura e i media). Con il sostegno aggiuntivo di fiber to the people GmbH.

immagini: (cover 1) Hans Haacke: Retrospective, exhibition view, © Schirn Kunsthalle Frankfurt 2024, Photo: Norbert Miguletz (2) Hans Haacke: Retrospective, exhibition view, © Schirn Kunsthalle Frankfurt 2024 (3) Hans Haacke, Large Condensation Cube, 1963–67, Acrylic glass, distilled water, 76.2 x 76.2 x 76.2 cm, MACBA Collection, MACBA Foundation, Gift of National Comitee and Board of Trustees Whitney Museum of American Art, © Hans Haacke / VG Bild-Kunst, Bonn 2024, Photo: Hans Haacke (4) Hans Haacke, News, 1969, Teletype machine, paper, wire service, variable dimensions, Edition 2/3, Courtesy the artist and Paula Cooper Gallery, New York, © Hans Haacke / VG Bild-Kunst, Bonn 2024, Photo: Ellen Wilson (5-6) Hans Haacke: Retrospective, exhibition view, © Schirn Kunsthalle Frankfurt 2024, Photo: Norbert Miguletz

 

 

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Artists Making Books: Pages of Refuge

La mostra Artists Making Books: Pages of Refuge all’American Academy di Roma è un vero e proprio nel mondo del libro d’artista, ambito di produzione e di sperimentazione che ha accompagnato i lavori di moltissimi artisti, dalle avanguardie del primo novecento del XX secolo in poi. Il libro d’artista ha rappresentato uno spazio di libertà, con la possibilità di utilizzare materiali, caratteri tipografici, formati fuori dai canoni tradizionali.

I lavori selezionati in mostra, molte delle opere provenienti dalle collezioni Consolandi e Aldobrandini che hanno collaborato al progetto, questo aspetto lo mettono ben in evidenza. Compresi in mostra sono lavori di artisti impegnati in ogni genere di formato e scala, da pittori, ad artisti concettuali, a film-makers. Ciascun libro è un modo diverso di conquistare uno spazio di libertà e di sperimentazione in una incredibile varietà di approcci.

“Guardando alle relazioni tra le avanguardie e la contemporaneità” leggiamo nel comunicato, “la mostra vuole evidenziare come il libro sia stato, e continui a essere, un oggetto di sperimentazione, un modo per resistere ai vincoli del mercato e creare, in definitiva, uno spazio di libertà in cui rifugiarsi. La selezione esposta traccia una possibile storia di come approcci radicali al libro abbiano portato ad adottare diverse soluzioni grafiche che sovvertono, inventano, rovesciano e celebrano le lettere, le parole, i testi e le forme di una pubblicazione”.

Libri di artisti delle prime avanguardie, come Natalia Goncharova, Tristan Tzara, Fortunato Depero, Marcel Duchamp, a quelli legati alla Pop Art Andy Warhol, Keith Haring, all’arte concettuale, come John Baldessari, avviano un percorso che arriva fino alle produzioni più recenti, alcune esposte nella bellissima cornice della libreria Barbara Goldsmith Rare Book Room, accessibile al pubblico unicamente in questa occasione.

Alcune delle produzioni in mostra appartengono infatti ad artisti che nel corso degli anni sono stati invitati in residenza, come Jenny Holzer, Kara Walker, Irma Boom, William Kentridge, Arturo Herrera. Presenti anche i lavori dei borsisti vincitori del Rome Prize come Eugene Berman (1959), Ana Mendieta (1984), Tony Cokes (2022), Rochelle Feinstein (2017), e Italian Fellows come Nico Vascellari (2008), Luca Vitone (2009), Marco Raparelli (2011) e Rä Di Martino (2018).

Il libro d’artista esce dai canoni tradizionali e diventa territorio prezioso di sperimentazione ed espressione, per le potenzialità dello spazio, della materia, della tipografia, e della possibilità di spingere tutto questo fuori dai propri confini, non in ultimo quelli che chiudono il libro in un involucro prezioso e poco accessibile. Il libro d’artista è un oggetto che i suoi autori hanno abitato, sovvertito, sperimentato, lo hanno reso accessibile. Non ha confini di genere. Basti pensare che la collezione di libri d’artista della Franklin Furnace, fondata da Martha Wilson nel 1976 a New York e poi donata al Museo MoMA nel 1993, era inclusa in una programmazione, per missione, indirizzata a lavori time-based, accanto a performance art e progetti site-specific.

La mostra ‘condensa tempi ed epoche differenti in un percorso che tiene fede al sottotitolo della mostra Pages of Refugee’ , così visualizza molto lucidamente gli obiettivi auspicati e raggiunti della mostra Asia Benedetti nel suo bellissimo e dettagliato articolo pubblicato sulla Rivista “Engramma” (Ottobre 2024). “La pagina”, prosegue Asia Benedetti, ”soprattutto nelle avanguardie storiche, diventa spazio alternativo in cui è possibile liberare la parola dall’egemonia del linguaggio verbale istituzionalizzato e invertire i significati prestabiliti. La sinergia tra testo, immagini, formato e materiale esprime una creatività a tutto tondo che si trasmette dalla copertina alla struttura interna”.

Le copertine, le pagine, le azioni (quelle depositate nel libro inteso come documento) e le collaborazioni, sono i raggruppamenti espositivi e concettuali che articolano, più che suddividere, la mostra che gode di una certa continuità anche nel percorso delle varie stanze che la ospitano.

Il viaggio nel mondo dei libri d’artista si apre con Twentysix Gasoline Stations di Ed Rusha, dono dell’artista all’American Academy nel 2001. Raccolta di immagini di stazioni di servizio appartenenti al paesaggio della Route 66 in California e un formato tutto sommato non troppo anti-convenzionale, questo modello di libro d’artista ha rappresentato un nuovo paradigma del libro: “visivo economico e portatile”, come ben spiega uno dei testi che accompagnano il visitatore in mostra e che ne curano un aspetto non così marginale, quello di accompagnare il visitatore per mano in questo viaggio. D’altro canto, per quanto la produzione di libri d’artista sia stata incredibilmente prolifica durante le prime avanguardie, ha preso piede ed è stata riconosciuta come genere a sé stante alla fine degli anni sessanta, inizio settanta.

Il libro, questo oggetto così piccolo agile e soprattutto accessibile, racconta momenti salienti dei suoi autori, del loro ruolo all’interno del contesto storico-artistico delle loro rispettive epoche.

La mostra ha il dichiarato intento di mettere a fuoco la contaminazione culturale tra Italia e Stati Uniti, in particolare di quella favorita attraverso l’American Academy a Roma. La accuratissima selezione dei lavori, tuttavia, non manca di offrire un panorama d’insieme piuttosto esaustivo attraverso artisti significativi e lavori rappresentativi di momenti chiave nell’ambito di ciascun percorso e del suo posizionamento nelle geografie creative del momento da dove si diramano le direzioni future, forti del privilegio di uno sguardo retrospettivo.

Artists Making Books: Pages of Refuge, a cura di Ilaria Puri Purini, Andrew Heiskell Arts Director e Sebastian Hierl, Drue Heinz Librarian, con Lexi Eberspacher, Programs Associate for the Arts e Johanne Affricot, Curator-at-Large dell’American Academy in Rome, fino al 07.12.2024 (apertura Venerdi – Sabato. 16.00 – 19.00). L’exhibition design è affidato allo studio di architettura Supervoid (Benjamin Gallegos Gabilondo, Marco Provinciali e Anna Livia Friel).
Artisti: Vincenzo Agnetti, Micol Assaël, Josef Albers, Giovanni Anselmo, Stefano Arienti, Fabio Barile, Balthus, Elisabetta Benassi, Eugene Berman (Resident 1957), Irma Blank, Alighiero Boetti, Agostino Bonalumi, Irma Boom (2018), André Breton, Alberto Burri, Alexander Calder, Canemorto, Chiara Camoni, Giuseppe Capogrossi, Maurizio Catellan, Alessandro Cicoria, Francesco Clemente, Tony Cokes (Fellow 2023), Gianluca Concialdi, Matthew Connors (Fellow 2025), Enzo Cucchi, Hanne Darboven, Giorgio de Chirico, Willem De Kooning, Michela De Mattei, Kimmah Dennis (Fellow 2025), Fortunato Depero, Rä Di Martino (Italian Fellow 2018), Marcel Duchamp, Nona Faustine (Fellow 2025), Rochelle Feinstein (Fellow 2018), Leonor Fini, Lucio Fontana, Allen Frame (Fellow 2018), Mario Gooden (Resident 2024), Natalia Goncharova, Keith Haring, Ann Hamilton (Resident 2017), Arturo Herrera (Resident 2024), Jenny Holzer (Resident 2004), ILIAZD, Emilio Isgrò, Isaac Julien (Resident 2016), Vassily Kandinsky, Alex Katz (Resident 1984), On Kawara, Ellsworth Kelly, William Kentridge (Resident 2011, 2016), Kiki Kogelnik, Jannis Kounellis, Maria Lai, Fernand Léger, Sol LeWitt, El Lissitzky, George Maciunas, Jackson Mac Low, Kazimir Malevich, Piero Manzoni, Franz Marc, Filippo Tommaso Marinetti, Henri Matisse, Mel Chin (Resident 2024), Julie Mehretu (Resident 2020), Ana Mendieta (Fellow 1984), Mario Merz, Sabrina Mezzaqui, Joan Mirò, Nelson Morpugo, Bruno Munari, Wangechi Mutu (Resident 2019), Francis Offman, Luigi Ontani, Giuseppe Penone, Gordon Powell (Fellow 1988), Pablo Picasso, Man Ray, Marco Raparelli (Italian Fellow 2011), Aleksandr Rodchenko, Olga Rozanova, Ed Ruscha, Kay Sage, Alberto Savinio, Kurt Schwitters, Dread Scott (Fellow 2024), Dorothea Tanning, Tricia Treacy (Fellow 2018), Richard Tuttle, Cy Twombly, Tristan Tzara, Grazia Varisco, Nico Vascellari (Italian Fellow 2008), Elihu Vedder, Luca Vitone (Italian Fellow 2009), Kara Walker (Resident 2016), Andy Warhol, Laurence Weiner, Francesca Woodman, Xu Bing (Resident 2024), La Monte Young.

Immagini: Artists Making Books: Pages of Refuge, American Academy, Roma, panoramica di mostra (2) Artists Making Books: Pages of Refuge, American Academy, Roma, panoramica di mostra, Barbara Goldsmith Rare Book Room (3) William Kentridge  , Portage, 2000 , Courtesy Collezione Privata, Ph. Alessandro Lui (4-5)  Artists Making Books: Pages of Refuge, American Academy, Roma, panoramica di mostra (6) Artists Making Books: Pages of Refuge, American Academy, Roma, panoramica di mostra, Barbara Goldsmith Rare Book Room, dettaglio

 

 

 

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call: “TRANSFORMERS”

Deadline: 15 January 2025
Call for entries

Open Call “TRANSFORMERS”
TRANSFORMERS. Sustainability players

Exhibition with program in Berlin 28.2. 7 pm – 11.4.2025, 7 pm, Tue. and Fri. 5-8 pm

In a public call for entries, we are inviting international artists to submit contributions for the theme described below for a group exhibition in our exhibition spaces.

The climate crisis and the extinction of species are progressing. Humanity is aware of the risks to its future, but is too slow to transform its behavior, politics and economy towards sustainability. After Group Global 3000 2024 exhibited the slowing actors, we are inviting artists worldwide in an open call to submit their works on the theme “TRANSFORMERS. Actors towards sustainability.”. TRANSFORMERS are accelerators of the transformation towards a regenerative society that preserves species. They can be activists against the climate crisis, against the extinction of species, to save resources, politicians, craftsmen, citizens, pupils, students, farmers, artists. Who is that? Is it you? What do they do, what are their tools? We would like to see images, objects, performances and videos that make the sustainability actors visible and animate them.

Disciplines: object, sculpture, installation, photography, painting, drawing, printmaking, video with credits given, sound is possible. A performative contribution such as a performance, VJ or similar to the vernissage, artist talk or finissage is desired.

International works: letters and videos from non-EU countries.

We offer exhibition space with equipment, bar, advertising by mail and div. Websites and social media and web and print flyers, curation and co-curation. We do not charge a fee for application, exhibition etc. We are a free, self-organized project space and work on a voluntary basis. For sent works, we ask that senders include the return postage. Unfortunately, there is no budget for production, further technical equipment, transport and insurance (the room is technically secured). We expect good cooperation and agree on rules of cooperation, gg3 rules rules 2022, pdf.

Individual artists or existing artist groups can apply online with max. apply for three works.

The presence of regional artists is desired for the vernissage and the artist talk, as well as for the supervision of the exhibition.

Deadline 15.1.2025, 24 h
Jury final meeting 23.1.2025
Exhibition setup 27.2.2025, 3-7 p.m.
Opening 28.2.2025, 7 p.m.
Exhibition duration 28.2. – 11.4.2025

Further information: https://gg3.eu/en/the-transforming-actors-for-sustainability/

Click here for the online application form

Jury: Team GG3, Curator: Tom Albrecht, Co-curator: Katja Hock

Address: Leuschnerdamm 19, D 10999 Berlin
https://gg3.eu/en/

Q and A for calls by GG3
Q: Is there a way to review my submission to confirm it was submitted correctly?
A: This is not necessary if the submission has been accepted in the system and you have received a confirmation e-mail.
Q: Would you recommend submitting only new artwork applications, and if so, will this affect my application?
A: No, it doesn’t matter. The decisive factors are the strong reference to the advertised theme and the artistic quality.
Q: I fail to upload the CV and show list.
A: Only pdf and doc formats are accepted, max. 10 MB, no docx or odt.
Q: Made a mistake, can I correct my application?
A:No problem, we correct for acceptances.
Q: How do I submit multiple works?
A: Close the first application and reopen the form.
Q: Is it possible to send you an application by e-mail?
A: Application by mail is not possible due to the work of the jury.

call: Berlin – Spin doctors

Deadline: Deadline 26 August 2024, 24 h (CET)
Call for entries

Open Call “Spin doctors”

Organized suppression of the climate crisis. Actors and their construction kit.

Exhibition in Berlin 11.10. – 22.11.2024, Tue. and Fri., 5-8 p.m.

In a public call for entries, we are inviting international artists to submit contributions for the theme described below: “Eye wiper. Organized repression of the climate crisis. Actors and their construction kit” for a group exhibition in our exhibition spaces.

Cognitive scientists have developed a toolkit called PLURV to help identify disinformation and propaganda in relation to the climate crisis: Pseudo-experts, logical errors, unfulfillable expectations, cherry-picking and conspiracy myths are all identifying features. Let’s expose PLURV!

One actor that promotes the suppression of the climate crisis is, for example, the Springer press. Their publishing house is largely owned by fossil fuel investors. The AFD and so-called “lateral thinkers” are also helping to suppress them. Narratives can be “It’s always been hot in summer”, “That’s a good thing!”, “Yes, just the weather”, “Fear-mongering and scaremongering”, “He who believes will be saved”, “Belief in man-made climate change is a substitute for religion?”.

In Germany, the CDU and FDP parties are conducting a textbook delaying discourse: they have no proposals. It’s really not about political ideologies, it’s about defending fossil business models.

Displacement leads to aggression against, for example, meteorologists on TV who receive hate messages. You only believe what you want to believe. Researchers talk about dissonant information being devalued and consonant information being valorized. The fact that humanity is in the process of destroying the foundations of human life with its way of life generates unpleasant emotions: Feelings of guilt, fears, sadness about the squandered future, the inevitable suffering and death. Cognitive dissonance, that is. Pseudo-information that suggests everything is not so bad can have a relieving effect.

Disciplines: object, sculpture, installation, photography, painting, drawing, printmaking, video with credits given, sound is possible. A performative contribution such as a performance, VJ or similar to the vernissage, artist talk or finissage is desired.

International works: letters and videos from non-EU countries.

We offer exhibition space with equipment, bar, advertising by mail and div. Websites and social media and web and print flyers, organization of the work texts, the lecture, the documentation.
We do not charge a fee for applications, exhibitions etc. We are a free, self-organized project space and work on a voluntary basis. For sent works, we ask that senders include the return postage. Unfortunately, there is no budget for production, further technical equipment, transport and insurance (the room is technically secured). We expect good cooperation and agree on rules of cooperation: https://gg3.eu/en/agreement-with-exhibiting-artists-2/

Individual artists or existing artist groups can apply online with max. apply for three works.

The presence of regional artists is desired for the vernissage and the artist talk, as is the supervision of the exhibition.

Deadline 26.8.2024, 24 h
Acceptance or cancellation until 5.9.
Set-up 10.10., 15-19 h
Vernissage 11.10., 19 h
Exhibition duration 11.10. – 22.11.2024

Further information: https://gg3.eu/en/open-calls/open-call-eyewash/
Click here for the online application formhttps://gg3.eu/ausschreibungen/submission.php?call=10&lang=en

Jury: Team GG3, Curator: Tom Albrecht, Co-curator: Katja Hock

Address: Leuschnerdamm 19, D 10999 Berlin
https://gg3.eu/en/

Q and A for calls by GG3
Q: Is there a way to review my submission to confirm it was submitted correctly?
A: This is not necessary if the submission has been accepted in the system and you have received a confirmation e-mail.
Q: Would you recommend submitting only new artwork applications, and if so, will this affect my application?
A: No, it doesn’t matter. The decisive factors are the strong reference to the advertised theme and the artistic quality.
Q: I fail to upload the CV and show list.
A: Only pdf and doc formats are accepted, max. 10 MB, no docx or odt.
Q: Made a mistake, can I correct my application?
A:No problem, we correct for acceptances.
Q: How do I submit multiple works?
A: Close the first application and reopen the form.
Q: Is it possible to send you an application by e-mail?
A: Application by mail is not possible due to the work of the jury.

Cuba introspettiva

Al Museo nazionale di Matera presso l’Ex Ospedale di San Rocco è in corso la mostra Cuba introspettiva. Esperienze performative di videoarte, ideata e curata da Giacomo Zaza e dell’artista Luis Gómez Armenteros.

Il progetto si muove tra contesti che s’intrecciano e s’incontrano: lo spazio pubblico e quello privato, la strada e l’intimità, la sfera socio-culturale e i percorsi immaginari. Evidenzia l’andamento diversificato delle pratiche artistiche cubane, slegandole da qualsiasi etichettatura. Pone in risalto la produzione di nuovi significati mediante esperienze video performative.

Il percorso espositivo si articola attraverso le esperienze di videoarte di dodici artisti cubani, protagonisti della ricerca contemporanea dentro e fuori l’isola: Juan Carlos Alom, Analía Amaya, María Magdalena Campos-Pons, Javier Castro, Susana Pilar Delahante Matienzo, Luis Gómez Armenteros, Tony Labat, Ernesto Leal, Glenda León, Sandra Ramos, Grethell Rasúa e Lázaro Saavedra.

«L’ampio sguardo rivolto alla ricerca artistica da Cuba, con particolare attenzione ai protagonisti di una sperimentazione visiva tra le più interessanti dell’area caraibica – sottolinea Annamaria Mauro, direttore del Museo nazionale di Matera – conferma l’apertura del Museo al mondo contemporaneo internazionale. Il complesso monumentale dell’Ex Ospedale di San Rocco continua a essere un laboratorio di perlustrazione della creatività odierna, capace di offrire immaginari condivisi ed esperienze provenienti da diversi ambiti culturali».

«Negli artisti in mostra – spiega il curatore Giacomo Zaza – prevale una visione riflessiva, intrisa di tratti ironici e paradossali, scabri e inquieti, come avviene in certa letteratura cubana, da Virgilio Piñera a Pedro Juan Gutiérrez. Una visione accompagnata dall’interiorizzazione e dal vaglio della storia (con le sue derive), nonché uno scenario ricco di attitudini sincretistiche. La pratica video cubana porta con sé una marcata spinta performativa. Gli artisti scelti per Matera si muovono tra valori fondativi dell’esperienza (la solidarietà, la libertà dell’individuo) e la ricerca di una dimensione poetica e di uno spazio sensibile, presso corteggiando il mondo magico».

(dal comunicato stampa)

Cuba Introspettiva. Esperienze performative di videoarte, a cura di Giacomo Zaza e l’artista Luis Gómez Armenteros
Ex Ospedale di San Rocco (Piazza San Giovanni, Matera), 22.03 – 30.06.2024
Artisti:Juan Carlos Alom, Analía Amaya, María Magdalena Campos-Pons, Javier Castro, Susana Pilar Delahante Matienzo, Luis Gómez Armenteros, Tony Labat, Ernesto Leal, Glenda León, Sandra Ramos, Grethell Rasúa and Lázaro Saavedra

immagini: (cover 1) Lazaro Saavedra, «El sindrome de la sospecha», 2004 (2) Sandra Ramos, «Aquarium», 2013 (3) Javier Castro, «El beso de la patria», 2011 (4) Luis Gomez, «Armenteros Coartada Be there», 2012 (5) Juan Carlos, «Alom Habana Solo», 2000

 

 

 

 

 

 

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SHELTER ISLAND

SHELTER ISLAND è la mostra che si snoda tra gli spazi della Marina Bastianello Gallery di Mestre e Venezia e quelli istituzionali di M9 – Museo del’900 e del Distretto M9. Il progetto, che prevede la collaborazione intergenerazionale di due artisti – Fernando Garbellotto (Portogruaro, 1955) e Luca Pozzi (Milano, 1983), nasce dall’urgenza di viaggiare nello spazio e nel tempo dei linguaggi ibridando ricerca artistica e scientifica attraverso il format inedito della Meta-Conferenza in un periodo storico particolarmente sensibile ai temi della pace. La Mostra riconnette idealmente il pubblico ad un evento accaduto nel 1947 sull’omonima isola nei pressi di New York che vide riuniti tra i più celebri e visionari fisici teorici dell’epoca – nomi del calibro di Richard Feynman, John Archibald Wheeler, Edward Teller, David Bohm, John von Neumann, Hans Bethe, J. Robert Oppenheimer e Freeman Dyson – per discutere i problemi fondamentali della meccanica quantistica agli albori dell’invenzione della bomba atomica. Il Summit, ricordato dalla storia come il leggendario vertice di Shelter Island per l’appunto, fu il primo dopo la risoluzione della seconda guerra mondiale e diede il via a quell’atteggiamento di condivisione della conoscenza scientifica su cui poggiano ancora i delicati equilibri globali odierni.

In un presente post-pandemico caratterizzato da tensioni geopolitiche di carattere energetico, ideologico, economico e religioso, il progetto prende vita dalla rigenerazione di una rete relazionale incentrata sull’importanza della collaborazione e del dialogo come modus operandi e condizione Sine Qua Non.

Attraverso le opere di Garbellotto e Pozzi si è chiamati a prendere parte attiva al Summit del ‘47 che, tele-trasportato nel 2024 e convertito nella forma e nella sostanza, diventa installazione cross-disciplinare a più voci, tra cui spiccano quelle di Carlo Rovelli, Roger Penrose, Shoini Ghose, Raymond Laflamme, Katie Mack, Hildign Neilson, Savas Dimopoulos, Pedro Vieira e Neil Turok, che, con il loro contributo, ne ri-attualizzano i presupposti in chiave eco-sistemica.

Partendo da queste premesse la Meta-Conferenza avviene su una cometa digitale di 4 Km di diametro, all’interno di una GAME ENGINE in Virtual Reality chiamata “Rosetta Mission 2024”, opera di Luca Pozzi, la quale, accogliendo una PLAYLIST di PODCAST realizzata dal Perimeter Institute di Waterloo in Ontario, la ripropone simultaneamente non solo al pubblico in presenza al Museo del Novecento sotto forma di installazione visiva, ma anche sul Megaschermo digitale della Hybrid Tower di Mestre e sui monitor satellite del Distretto dell’M9, andando a costruire una rete delocalizzata di piattaforme di accesso ai contenuti prodotti per un pubblico più vasto e non specialistico.

Rete che include, nelle sue maglie, le due sedi della Galleria Marina Bastianello dove troviamo invece rispettivamente a Venezia una grande installazione a parete di Fernando Garbellotto, ispirata alle teorie di Benoit Mandelbrot ed incentrata proprio sul concetto di Frattale “La Rete come idea del mondo”, mentre Luca Pozzi occupa la galleria di Mestre con un ambiente interattivo composto da dispositivi magnetici a parete, sculture ingegnerizzate con rivelatori di particelle dell’INFN e una postazione di Realtà Virtuale per accedere ai contenuti della “Rosetta Mission 2024” da remoto.

(dal comunicato stampa)

Shelter Island, Marina Bastianello Gallery (e altre sedi), Venezia Mestre, 22.05.2022 – 24.08.2024

immagini: (cover 1) Luca Pozzi, «Rosetta Mission», 2024, fermo immagine da VR Game Engine in 4K, 2024. Neil Turok / Sulla semplicità della natura, estratto da Conversazioni sul perimetro  (2) Fernando Garbellotto, «Rete Frattale», 2024. (3) Luca Pozzi, «Rosetta Mission 2024» , VR station, tappeto stampato da collage digitale, Oculus Quest, motore di gioco unity. Photo credits: lucapozzi & marinabastianellogallery  (4) Fernando Garbellotto, «Rete Frattale», 2024 (detail).

 

 

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FRAME > Light line

FRAME cattura Light line di Jenny Holzer per il Guggenheim Museum di New York, installazione che trasforma l’edificio in una serie di scrolling texts dalle sue serie iconiche, come “Truisms” e “Inflammatory Essays”. Il lavoro monumentale è anticamera della retrospettiva che nel museo newyorkese presenta una retrospettiva di suoi lavori dagli anni ’70 ad oggi.

Jenny Holzer: Light Line, Guggenheim Museum, New York,
La mostra è organizzata da Lauren Hinkson, Associate Curator for Collections. Conservazione  dell’installazione realizzata per il Solomon R. Guggenheim Museum è condotta da Lena Stringari, Deputy Director, da Andrew W. Mellon, Chief Conservator, e Agathe Jarczyk, Associate Time-Based Media Conservator.

Jenny Holzer: Light Line

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Spleen alla Fondazione Filiberto e Bianca Menna

«La verità è che non possiamo non vivere il nostro tempo. Ma questo non può significare rinuncia a un progetto critico; al contrario, vuol dire prendere posizione dalla parte di chi oggi lavora nella direzione di un approfondimento e di un rinnovamento, di un uso nuovo delle nozioni, appunto, di progetto e di razionalità»[1], con queste parole Filiberto Menna conclude la prefazione della seconda edizione di Profezia di una società estetica (1983). Il volume, edito per la prima volta nel 1968, propone una riflessione fondamentale intorno al rapporto tra arte e società: attraverso un’analisi della società dal Settecento all’epoca contemporanea, Menna afferma la necessità per l’arte di entrare nella realtà quotidiana, di essere dunque uno strumento in grado di «agire dentro (e sulla realtà) e non più come un contemplare un oggetto che sta fuori di noi»[2]. È con queste premesse che l’autore auspica la nascita – «l’immaginazione utopica»[3] – di una “nuova società estetica” contemporanea, capace, attraverso il lavoro dell’artista, di attuare quell’integrazione tra arte e vita che non si è potuta verificare nelle epoche passate. Per Menna un ulteriore motivo di riflessione sul rapporto tra l’artista e la città moderna è dato da Baudelaire e dai suoi Petits poèmes en proseLe spleen de Paris, cui dedica un intero capitolo del libro: «vivere nel presente significava per Baudelaire […] entrar dentro la nuova realtà, prendere atto di una situazione profondamente mutata in cui l’orizzonte dell’esistenza quotidiana non è più dato dalla natura ma dalla città. E allora, se si vive nella città, in mezzo alla folla, non è più possibile conservare un atteggiamento di distacco contemplativo, prendersi una distanza privilegiata nei confronti dell’oggetto della rappresentazione, metterlo in posa, girargli intorno per restituirlo a tutto tondo»[4]. Quello che l’autore francese aveva compreso era appunto la necessità per l’artista moderno di vivere la realtà all’interno di essa, rappresentandone il presente con tutte le sue contraddizioni, in un gioco combinatorio che lo colloca tra l’esperienza della folla e una struttura urbana programmata.

È a partire da questa necessità che si inserisce il progetto Spleen. Tre opere per la Fondazione Filiberto e Bianca Menna, presentato il 4 maggio negli spazi dell’Ex Casa del Combattente di Salerno, sede della Fondazione. Partendo dalla volontà di riflettere sul ruolo che un’istituzione storica dell’arte contemporanea ha all’interno della città di Salerno[5], i due curatori, Gianpaolo Cacciottolo e Massimo Maiorino, affidano agli artisti invitati il compito di attuare quel rapporto arte-vita auspicato da Menna. Nella volontà di inserire silenziosamente l’opera d’arte nella “struttura programmata” della città, puntando nuovamente l’attenzione su un luogo, la Fondazione Filiberto e Bianca Menna, troppo spesso trascurato, il progetto si articola in tre installazioni site specific pensate o adattate per gli spazi della Fondazione. La prima, inaugurata il 4 maggio, è di Davide Sgambaro, artista padovano di base a Torino, dal titolo Hey there you, looking for a brighter season (W). Ripensata per lo spazio della torretta della Fondazione, si tratta di un’installazione ambientale luminosa, la seconda della serie, creata per dialogare con l’osservatore attraverso l’immaginario di appartenenza della luce strobo; queste ultime, allacciate a un recorder dmx, sono proiettate a intermittenza e riproducono in loop una traccia luminosa basata sul sistema binario del codice morse. Dedicata alla città di Salerno, simbolo come altre città del Sud Italia dell’inizio della liberazione dal Nazi-Fascismo, il messaggio proiettato recita V V V V (…- / …-  / …- / …-), codice utilizzato da Radio Londra per trasmettere messaggi alla resistenza italiana, mentre la successione delle quattro V segue la metrica delle prime due battute della Sinfonia n. 5 di Beethoven; in seguito all’utilizzo del codice da parte della resistenza, il simbolo W fu utilizzato come simbolo della vittoria. Attraverso quest’intervento, visibile la sera, l’opera entra all’interno della piazza e della città, al cospetto dei passanti che inevitabilmente ne diventano parte integrante, diventando al tempo stesso un faro la cui luce, rivolta verso il mare, rappresenta simbolicamente un punto di riferimento a cui aggrapparsi in un momento storico contrassegnato da grandi derive. La stessa necessità per l’artista, e l’arte, di vivere nel presente e di raccontare la realtà quotidiana, ripensando al tempo stesso il ruolo della Fondazione Menna, è data dagli altri due progetti, Qui mi sento a casa di Marco Strappato e Hikikomori del collettivo damp, che si inaugureranno rispettivamente il 24 maggio e il 14 giugno.

Note
[1] F. Menna, Profezia di una società estetica, Officina Edizioni, Roma 1983, p. 27.
[2] Ibidem, p. 33.
[3] Ibidem, p. 132.
[4] Ibidem, p. 65.
[5] La Fondazione Filiberto e Bianca Menna nasce nel 1989 per volontà della famiglia Menna e dal 1994 è ospitata negli spazi attuali dell’Ex Casa del Combattente.
Spleen. Tre opere per la Fondazione Filiberto e Bianca Menna, a cura di Gianpaolo Cacciottolo e Massimo Maiorino
Fondazione Filiberto e Bianca Menna, Salerno, 04.05-30.06.2024
04.05: Inaugurazione Hey there you,  looking for a brighter season (W) di Davide Sgambaro
24.05: Inaugurazione Here I Feel at Home di Marco Strappato
14.06: Inaugurazione Hikikomori del collettivo damp

 

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Harold Cohen: AARON

Con una mostra a cura di Christiane Paul, il Whitney Museum of American Art ripercorre l’evoluzione di AARON, il primo programma di intelligenza artificiale sviluppato nei tardi anni ’60 da Harold Cohen per accompagnarlo creativamente nella sua pratica pittorica, adottato a collaboratore per stimolare conoscenza sperimentazione. I lavori sono attentamente selezionati e tracciano in maniera scientifica i momenti chiave di questo dialogo uomo-macchina. L’approccio curatoriale è cronologico e permette di attraversare il passaggio da analogico a digitale, la transizione da astrazione a figurazione, a metà degli anni ’80, e tutto ciò che questi passaggi ha comportato in termini tecnici e concettuali.

Il Whitney Museum è l’unico museo a possedere nella sua collezione versioni del software AARON che tracciano i diversi periodi di sviluppo di questo progetto e permettono quindi di ritracciare le diverse fasi di evoluzione del software e di questo dialogo cresciuto con una certa gradualità.

Harold Cohen ha stabilito con il software un vero e proprio dialogo. Ha iniziato con il fornirgli regole e conoscenze per quello che riguarda i principi base di colore, forma, composizione e dimensione, fondamenti che appartengono alla sua formazione di pittore. Il loro dialogo è cresciuto, con una certa gradualità. Da un primo ragionamento su disegno e colore attraverso delle regole formulate per vie analogiche avviato negli anni ’60 si è arrivati ai primi anni ’70, quando si presenta l’occasione e il giusto contesto per sviluppare il software AARON alla Stanford University’s Artificial Intelligence Lab.

Da questo momento in poi, percorso è proseguito per fasi, ciascuna un tentativo (sempre riuscito, a volte anche troppo) di spingere oltre i limiti dell’intelligenza artificiale. Ad un certo punto, Cohen si rende conto che la macchina è in grado di fare cose che prima non immaginava possibili. Quando impara a colorare i disegni, prima completati a mano dall’artista, arriva ad un momento di crisi. Non è la mancanza di cose da fare, piuttosto l’arenarsi della collaborazione tra uomo e macchina.  “I felt that my dialogue with the program, the very root of our creativity, had been abruptly terminated”, racconta in una conferenza del 2010 all’ Orcas Center.

Ecco perché centrale nella mostra al Whitney è la macchina riportata in vita per fare entrare i visitatori, anche online in streaming sul sito in alcune ore del giorno, nel processo di esecuzione delle opere. Il software “as a central creative force behind the artwork”. Non solo. In mostra anche tutta una serie di ephemera, come quaderni di appunti e disegni personali che fanno parte del momento di progettazione e di riflessione.

Oltre a celebrare un artista riconosciuto come pioniere dell’arte digitale, la mostra entra nel vivo di questo dialogo uomo-macchina, penetra i meccanismi del processo scandendo le tappe, aiuta a riflettere sul nostro rapporto con le moderne tecnologie di intelligenza artificiale con i programmi più recenti come DALL-E, Midjourney e Stable Diffusion.

“Harold Cohen’s AARON has iconic status in digital art history, but the recent rise of AI artmaking tools has made it even more relevant. Cohen’s software provides us with a different perspective on image making with AI,” dice Christiane Paul, Curator of Digital Art at the Whitney. “What makes AARON so remarkable is that Cohen tried to encode the artistic process and sensibility itself, creating an AI with knowledge of the world that tries to represent it in ever-new freehand line drawings and paintings. Watching AARON’s creations drawn live as they were half a century ago will be a unique experience for viewers.”

In questi ultimi anni, in particolare in coincidenza con la crisi pandemica e lo spostamento di interessi economici e culturali online, alcuni termini come arte digitale sono stati particolarmente inflazionati, confusi con strumenti digitali come i certificati NFts, o con progetti di grafica e design. Questo ha significato oscurare buona parte di quelle sperimentazioni che hanno scritto la storia della ricerca in questi ambiti per più di vent’anni.

Queste operazioni che attraverso le mostre facilitano conoscenza e consapevolezza sono particolarmente importanti. In parallelo al Whitney, si è mossa anche la Galleria londinese Gazelli Art House, proponendo, con la mostra “Refractoring (1966-74)”, una selezione molto accurata di lavori di Cohen che hanno tracciato momenti chiave della transizione tra il 1966 e il 1974, momento nodale del suo lavoro ma anche inizio di diffusione delle tecnologie nella società. Tra i lavori, anche Sentinel esposto alla Biennale di Venezia nel 1966, quando è stato invitato a rappresentare il Padiglione Inglese, momento di grande riconoscimento internazionale che non arresta la sua spinta creativa “that arises when the individual starts to question the unquestioned assumptions of his field and to act out of the scenarios that present themselves as a result”.

Alla riflessione pura sul rapporto uomo-macchina le mostre restituiscono parte di questa storia, la rendono comprensibile avvicinando i visitatori al processo nella sua vitalità. Gli incontri, alcuni disponibili online sul sito del Whitney, i documenti prodotti e il catalogo con contributi dei più importanti studiosi che il 9 maggio è stato presentato alla Gazelli Art House, seguiranno la fine delle mostre. Tutto questo ci fa riflettere anche sulla curatela delle mostre, quando tra gli obiettivi c’è anche  quello di garantire che i contenuti siano resi disponibili e accessibili ai visitatori, rispettivamente nella misura di un museo e di una galleria.

Harold Cohen, AARON, a cura di Christiane Paul, Whitney Museum of American Art, fino al 19 maggio 2024

Immagini: (cover 1-2) panoramica d’installazione di Harold Cohen: AARON, Whitney Museum of American Art, New York, 3 febbraio –19 maggio, 2024 (3) Harold Cohen, AARON KCAT, 2001 (4) panoramica d’installazione di Harold Cohen: AARON, Whitney Museum of American Art, New York, 3 febbraio –19 maggio, 2024 (5) Harold Cohen, AARON Gijon, 2001 (6) Panoramica di installazione di Harold Cohen, Refactoring (1966-74), Gazelli Art House, Londra (8 marzo–11 maggio 2024).  Courtesy Gazelli Art House, Londra.

 

 

 

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Adrian Piper al PAC di Milano

Che il Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano sia da alcuni anni una delle istituzioni pubbliche italiane più ricettive alle ricerche di artisti attenti ai contesti sociali, nonché alla performance è abbastanza noto tra gli addetti ai lavori: a definire tale identità ha contribuito in maniera cospicua la direzione artistica di Diego Sileo che, con competenza, curiosità e senza disdegnare la provocazione, dedica parte della programmazione a tale medium, attraverso mostre tanto di italiani quanto di figure internazionali, riannodando tragitti che segnano la storia dell’istituzione milanese. Quello che forse è meno evidente a chi non frequenta sistematicamente il PAC è che l’edificio stesso sembra favorire andamenti laterali rispetto alla tradizione delle arti visive, “naturalmente” aperto a esplorazioni che eludono “l’armadio chiuso” del modernismo: la grande vetrata affacciata sui giardini di Villa Reale è membrana osmotica con l’area verde retrostante, la sua continua mutevolezza cromatica e luminosa, la sua piacevole ma invadente presenza. E ugualmente il ballatoio che corre parallelo al vano centrale del piano terra si trasforma agevolmente nel balcone da cui assistere a quanto si svolge in basso. Un ideale loggione, tropo di una dimensione teatrale celata appena sotto la pelle dello spazio museale.

Dal 19 marzo e fino al 9 giugno, il PAC ospita la prima retrospettiva italiana di Adrian Piper (New York 1948), figura di spicco dell’arte post-concettuale statunitense, particolarmente rappresentativa per il costante impegno su aspetti e questioni legate al razzismo, ma con rare apparizioni italiane, tra cui il tempestivo Parlando a me stessa. L’autobiografia progressiva di un oggetto d’arte, edito in italiano da Marilena Bonomo nel 1975, con la presumibile mediazione di Sol Lewitt; il prestigioso Leone d’oro alla Biennale di Venezia del 2015, quella diretta da Owki Enwezor; la traduzione di Meta-art (1973) per Castelvecchi nel 2017 a cui aggiungere qualche inclusione di lavori in rassegne collettive. Sebbene la dimensione performativa a cui si è accennato in apertura, questa volta sia affidata solo alla documentazione fotografica e audiovisiva con cui si da conto di numerosi interventi di Piper, in particolare della splendida Funk Lessons (1983-85) tramite il film di Sam Samore, lo stile del curatore è ben riconoscibile. Infatti, tranne pochi lavori giovanili, tutto guarda al mondo, oltre i convenzionali problemi del visuale.

Il visitatore è accolto da un brusio di voci che provengono da installazioni sonore e video che punteggiano il percorso espositivo: una dimensione corale messa in evidenza sin dalle prime opere, con Negative Self-Portrait (1966), lavoro figurativo su carta, firmato “Adrienne”, subito prima quindi dell’adozione del più neutro – ma con sfumature maschili – Adrian. L’artista si presenta quindi con una identità multipla e sfaccettata: sebbene ricorra sovente alla propria immagine disegnata, fotografata, ripresa in video, i suoi connotati restano volutamente sfocati tanto rispetto all’appartenenza a un gruppo etnico definito – come avverte la definizione che campeggia su materiali promozionali dell’esposizione, Race Traitor – quanto dal punto di vista del genere. Se questo secondo aspetto è mobilitato solo indirettamente in The Mythic Being (1973-1980), Race Traitor è il titolo di un lavoro del 2018  in cui l’artista rielabora la riflessione sulla propria identità formulata quarant’anni prima, con i Political Self-Portraits (1978-1980), giocati sull’associazione tra la riproduzione della fotografia del passaporto – per antonomasia lo strumento di identificazione burocratica del cittadino – e una serie di eventi biografici in cui Piper ha preso coscienza del gruppo razziale a cui apparteneva o al quale gli altri ritenevano appartenesse. Il titolo della mostra, quindi, allude anche all’esperienza del passing, tematizzata dall’artista in questi e altri interventi, rievocandone le ambiguità sulla scorta sia della tradizione letteraria, sia delle pressioni sociali.

Attraverso approcci spiazzanti, Piper lavora per erodere le linee delle costruzioni sociali che dividono le persone in gruppi razziali: dalla riproposizione dei cliché al loro ribaltamento, fino all’esplorazione di situazioni in cui i presenti – visitatori inclusi – sono disorientati. In tal senso si muove la celebre installazione Cornered (1988) in cui il pubblico del museo diventa anche il destinatario del monologo della professoressa Adrian Piper[1], trasmesso da un televisore installato tra due certificati di nascita in cui un medesimo individuo viene definito “octoroon” nel 1953 e “white” nel 1965.

Nel video, infatti, Piper spiega – rivolgendosi direttamente al visitatore in sala – proprio l’impossibilità teorica di definirsi bianco o nero nella società statunitense, dove i contatti tra i due gruppi sono antichi e ramificati. La sensazione di essere parte in causa, parte del problema, di essere tra gli interlocutori dell’artista non ci abbandona mai: dal reiterato impiego del pronome “you” nei titoli, fino all’adozione dell’indagine sociologica che nella serie Close to Home (1987) fa emergere – potenzialmente nelle biografie di ciascuno – omissioni circa il proprio inconfessato razzismo; dalle luci che alternativamente si accendono e si spengono in Black Box /White Box (1992) trasformando l’osservatore in osservato al ricorso agli specchi in Das Ding-an-sich bin ich (2018).

Pur rinunciando alla narrazione lineare con l’intento di calare il pubblico nel bel mezzo delle prove di un coro, in cui le voci si alternano e si sovrappongono, la mostra dipana una conversazione che copre una carriera lunga quasi sei decadi, puntellata da prestigiosi riconoscimenti, come si deduce dalle collezioni da cui provengono i pezzi in mostra, coerente nel nucleo semantico ma diversificata per medium e stili, dai lavori d’esordio debitori dell’arte concettuale, fino alle recenti animazioni digitali, passando per installazioni, video e variazioni attorno all’impiego della fotografia e della scrittura.

Tra le opere stilisticamente più sorprendenti i Vanilla Nightmares (1986-1989, fig. 6) disegni a carboncino eseguiti sulle pagine del New York Times. Resi celebri dalle riflessioni di Hal Foster in Il ritorno del reale, le opere insistono sulle paure che alimentano il razzismo: con fisionomie esagerate e corpi vistosamente erotizzati, l’artista tratteggia donne e uomini bianchi e neri che visivamente interagiscono con le figure riprodotte nelle pubblicità o fotografate per la cronaca, e in generale entrano in risonanza con le notizie relative al Sudafrica pubblicate dal quotidiano. Ma dal vero si apprezza quanto il tratto, volutamente caricaturale e semplificato, non si sottragga alle atmosfere neoespressioniste di quegli anni, mettendo ancora una volta in comunicazione personale e collettivo, pubblico e privato, e con un approccio intersezionale ante litteram.

[1] Oltre che artista visiva, Piper ha insegnato filosofia teoretica in numerosi atenei statunitensi; dal 2005 vive a Berlino.
Adrian Piper, RACE TRAITOR, PAC- Padiglione Arte Contemporanea, Milano, 19.03 – 09.06.2024

images: (cover1) Adrian Piper, «Das Ding-an-sich bin ich», 2018, photo Nico Covre (2) Adrian Piper, «Race Traitor», 2018, stampa digitale (3) Adrian Piper, «Cornered», 1988 (4) Adrian Piper, «Close to Home», 1987, fotografie, testo, audiotape  (5) ) Adrian Piper, RACE TRAITOR», PAC, Milano, ph Nico Covre – Vulcano Agency (6) Adrian Piper, «Vanilla Nightmares #11», 1986, carboncino su pagina di giornale.

 

 

 

 

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FRAME > THE ORDER OF THINGS

FRAME cattura Ball Track Venus Italica, opera di Wim Delvoye per rilanciare la mostra “The Order of Things” di cui è parte al Musée D’Art et D’Histoire, riflessione dell’artista sulla relazione con l’arte e con gli oggetti.

Wim Delvoye, Ball Track Venus Italica, 2023 Bronze patiné ; H. 173 cm © Studio Wim Delvoye, immagine via
parte della mostra The Order of Things, Musée D’Art et D’Histoire, Ginevra, 26.01 – 16.06.2024

 

 

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CALL FOR ARTISTS: SENSES INTERNATIONAL ART FAIR 2024

ITSLIQUID Group is pleased to announce the open call for SENSES INTERNATIONAL ART FAIR 2024, international exhibition of photography, painting, video art, installation/sculpture and performance art, which will take place in Lecce, in the heart of Apulia, from July 12 to July 21, 2024, in some of the most important cultural city's venues: the MUST - Museo Storico Città di Lecce, Chiesa di San Francesco della Scarpa, and in other prestigious historical buildings.

MUSAE. Future Foodscapes

MUSAE, un progetto volto a definire un modello innovativo per l’integrazione della collaborazione artistica nei Digital Innovation Hubs europei attraverso una metodologia Design Futures Art-driven (DFA), annuncia una mostra di due giorni “Future Foodscapes” che si terrà il 9-10 aprile presso l’edificio storico dell’Università di Barcellona per presentare opere d’arte basate sugli scenari futuri sul tema del “cibo come medicina” sviluppati dagli artisti del progetto MUSAE.

Le opere d’arte sono nate dal progetto MUSAE, sostenuto da Horizon Europe attraverso S+T+ARTS e portato avanti da una rete di università, centri di ricerca tecnologica e aziende tecnologiche con l’obiettivo di definire un modello innovativo di Design Futures Art-driven (DFA) per integrare la collaborazione artistica negli European Digital Innovation Hubs (E-DIHs). L’obiettivo di MUSAE è quello di sperimentare un nuovo modello di collaborazione, chiamato MUSAE Factory, basato sull’innovazione guidata dall’arte e sui futuri del design per guidare le imprese tecnologiche nell’immaginare nuove soluzioni per migliorare la sostenibilità della catena del valore alimentare a diversi livelli.

La mostra prenderà il via martedì 9 aprile alle 18.00 nella splendida sala dell’edificio storico dell’Università di Barcellona. Ogni artista presenterà il proprio lavoro, offrendo approfondimenti sui propri processi creativi e sulle proprie ispirazioni. Seguirà un cocktail per favorire il networking e la discussione tra i partecipanti.

Il 14 marzo MUSAE ha lanciato il secondo bando aperto per la selezione di undici teams, composti da un artista e una PMI, che parteciperanno a un programma di residenza della durata di dieci mesi e creeranno concetti e prototipi orientati al futuro di TRL 5. Almeno un team (artista e PMI) sarà selezionato in modo specifico da uno dei Paesi in via di sviluppo.

I candidati dovranno scegliere uno dei dodici scenari futuri creati nell’ambito del primo programma di residenza MUSAE S+T+ARTS. Gli scenari futuri fungono da contesto di esplorazione per i team che desiderano lavorare e sviluppare concetti e prototipi. Gli scenari futuri coprono un’ampia gamma di argomenti nell’area del “cibo come medicina”. Tutti gli scenari possono essere esplorati in modo più dettagliato sul sito web di MUSAE. I team di artisti e PMI devono candidarsi con una proposta che descriva l’opportunità dello scenario indicato nel brief, su cui vorrebbero lavorare e sviluppare durante il programma di residenza adottando il metodo Design Futures Art-driven.

La residenza durerà dieci mesi in modalità ibrida, con viaggi programmati nelle sedi dei diversi partner in Europa. Nella prima fase i team lavoreranno alla generazione di concetti e nella seconda alla costruzione di prototipi. I team saranno supportati dalle competenze del consorzio in materia di arte e design (Politecnico di Milano, Gluon, Università di Barcellona), nutrizione (University College di Dublino) e tecnologie di robotica, IA e wearables (Ab.Acus, PAL Robotics, Università di Barcellona, Università di Manchester, Università di Belgrado). Al termine del programma di residenza, sarà organizzata una mostra pubblica a Bruxelles, in Belgio, per esporre i prototipi sviluppati a un vasto pubblico. Ogni team può richiedere un contributo di 80.000 euro, che deve includere tutti i costi correlati.

Future Foodscapes, Università di  Barcelona, 09-10.04.2024
Artisti: Baum & Leahy | Chloe Rutzerveld | Eleonora Ortolani | Frederik De Wilde | Irena Djukanovic | Katarina Andjelkovic | Lisa Mandemaker | Maciej Chmara | Nonhuman Nonsense | Peter Andersen | Sanja Sikoparija | The Center for Genomic Gastronomy
Open Call: Applicare qui for (fino al 14 maggio, 2024): Per informazioni scrivere: progettieuropei@made-cc.eu (soggetto dell’email:  [MUSAE2OC]. 
MUSAE è un progetto del Politecnico di Milano, Ab.Acus (Italia), Universitat de Barcelona (Spagna), MADE Competence Center 4.0 (Italia), PAL Robotics (Spagna), Gluon (Belgio), University College Dublin (Irlanda), The University of Manchester (Inghilterra), University of Belgrade – School of Electrical Engineering (ETF) (Serbia).

 

 

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call: The Anthropocene Project

extended Deadline: 31 March 2024
Call for entries

The Anthropocene Project

While Anthropocene (actually only proposed as a new epoch of geologic time, following the Holocene) is an officially not yet definitely defined period of time during which human activities are thought to have had a significant impact on the global environment, regarded as having begun sometime between twelve thousand years ago, with the spread of agriculture, and two hundred years ago, with the advent of industrialization, as a topic of the media art context of The Anthropocene Project, the term is going far beyond marking the contradictory relationship between (the volatile transitory character of) human nature and (sustainable) nature, the significant human impact on ecosystems, including the human-caused climate change, biodiversity loss etc.

Curated by Wilfried Agricola de Cologne, The New Museum of Networked Art realizing the Anthropocene Project as a new media art context in an exchange between virtual and physical space, physical and virtual exhibitions and screenings, is inviting artists using moving images/digital video as medium of art to submit videos dealing with the (positive and negative) human impact.

Please use the following entry form for submitting videos only which have not been submitted before and use for each submitted video a separate entry form.

Regulations

– extended deadline: 31 March 2024
– no age limit
– no entry fee
– submissions by film/video from all countries on the globe to be submitted exclusively online
– max 3 works can be submitted for each category film/video
– wanted: single channel videos in mp4 – duration between 1 minute and 10 minutes (exceptions possible on request)
– creations using language and/or text other than English need English subtitles
– The full-length films/videos may be produced between 2015-2024. The submission of extracts is not accepted!!
– The video preview copy – mp4 HD – have to be made available for download via WETRANSFER or from VIMEO or Youtube (link)
– only selected artists will be notified after the deadline and invited to send the HD screening copy of the selected video in best screening quality.
– The New Museum of Networked Art is looking for innovative and experimental approaches in dealing with contents and technology

Entry Form - please cut and paste
Please use for each piece to be submitted a new entry form

1.
artist/director

a) full name
b) full address
c) email, URL
d) short bio (max. 100 words, English only)

2.
please select
2. film/video

a) title English – original (max 3 works)
b) URL home page, (Internet address for download)
c) year of production
d) duration
e) work synopsis (max. 100 words/submission, English only)
f) 2 screenshots for each submitted work (jpg, HD 1920×1080 px)

Please add this declaration & sign it with your full name & email address
\
I, the submitter/author, declare to be the holder of all rights on the submitted work.
In case the work is selected, I give – The New Museum of Networked Art the permission to include the work in the project context online and in physical space for screenings /exhibitions and the use of screenshots for non-commercial promotional purposes free of charge.
//

Please use for each submission a separate entry form

Please use this email address for submitting
artvideokoeln (at) gmail.com
and following subject line “The Anthropocene Project”

The New Museum of Networked Art
Alphabet Art Centre
http://alphabet.nmartproject.net

call: “Wash my fur, but don’t make me wet”

Deadline: 29 February 2024, 24h
Call for Entries

Open Call- “Wash my fur, but don’t make me wet”
Climate protection with displacement. Wash my fur, but don’t get me wet.

64th exhibition of GG3 3.5.2024 – 14.6.2024 Berlin
The majority of society wants climate protection, but does not want to change. It becomes nervous, susceptible to fossil lobby campaigns, superstitions and right-wing influences.
People are in favor of doing something about man-made global warming, but they still want to fly on vacation. One denies one’s own fossil addiction. The other countries, the politicians, should take action against the climate crisis. People don’t want to see their own responsibility as voters for political parties and as consumers of flights, cars and goods who cause CO2‚ emissions. Of course, something should change, just not in your own life. Science calls this behavior cognitive dissonance.
The artworks in the gallery and front garden are intended to refer to the generic term “displacement of man-made global warming, outside to the displacement of specific problems of the locations:
1. park path at the Waldemar bridge: Cyclists and scooter riders displace the driving ban in the park
2. park path south of the lake: the greenery on the walls is being damaged for graffiti. The sprayers suppress the importance of the climbing greenery for people.
3rd, 4th sidewalks near the stairs into the park: Litter is dumped or thrown down. The actors suppress the fact that the litter usually disturbs pedestrians and residents.
5th lake: The lake is over-fertilized due to the prohibited feeding of aquatic animals. The feeders suppress the adverse effects on animals, water quality and the plants of the lake.
Plan of the exhibition
6. and 7. works to suppress man-made global warming.
Exhibition in the gallery and front garden: Tuesdays and Fridays 5-8 p.m., on the sidewalk, in the park and on the lake two days each 4-6 p.m.

Deadline 29.2.2024, 24 o’clock
In a public call for entries, we invite artists to submit contributions for a group exhibition in our exhibition rooms and outside according to our criteria for the theme described above.
Disciplines: object, sculpture, installation, photo, painting, drawing, printmaking, video with credits, sound is possible. A performative contribution such as a performance, VJ or similar to the vernissage, artist talk or finissage is desired.
We offer exhibition space with equipment, bar, advertising by mail and div. Websites and social media and web and print flyers, organization of the work texts, the lecture, the documentation.
We do not charge a fee for applications, exhibitions etc. We are a free, self-organized project space and work on a voluntary basis.
Works: Only letters and videos from non-EU countries, no parcels. For sent works, we ask that senders include the return postage.
Unfortunately, there is no budget for production, additional technical equipment, transportation and insurance – the room is technically secured. We expect good cooperation and agree on rules of cooperation,

Individual artists or existing artist groups can apply online with max. apply for three works. Works in Park 1-5 must be supervised by the artists.
Attendance for regional artists is desired for vernissage and the artist talk, as well as attendance at a date of the exhibition.
GG3 is showing the exhibition inside the gallery and outside in the front garden, on the sidewalk, in the park and on the lake. GG3 applies for approval from the Mitte district of Berlin.

Click here for the online application form
https://gg3.eu/ausschreibungen/submission.php?call=8&lang=en

Jury Team GG3: Tom Albrecht, Stephan Gross, Maria Korporal, Mina Mohseni,
Curator : Tom Albrecht

Address: Leuschnerdamm 19, D 10999 Berlin

Q and A for calls by GG3
Q: Is there a way to review my submission to confirm it was submitted correctly?
A: This is not necessary if the submission has been accepted and you have received a confirmation email.
Q: Would you recommend submitting only new artwork applications, and if so, will this affect my application?
A: No, it doesn’t matter. The decisive factors are the strong reference to the advertised theme and the artistic quality.
Q: I fail to upload the CV and show list.
A: Only pdf and doc formats are accepted, max. 10 MB. No docx or odt!
Q: Made a mistake, can I correct my application?
A: No problem, we correct for acceptances.
Q: How do I submit multiple works?
A: Close the first application and reopen the form.
Q: Is it possible to send you an application by email?
A: Application by mail is not possible due to the work of the jury.

Climate protection with repression. Wash my fur, but don’t get me wet.
Buschhaus (C) T.A. Exhibition

Bush house (C) T.A.

64th exhibition in Gallery and Park 3.5. – 14.6.2024

Exhibition
in gallery: Tuesdays and Fridays 5-8 p.m., in the park Fri., 24.5., 4-6 p.m. and Fri., 14.6., 4-6 p.m.

The artworks in the gallery and front garden are intended to refer to the generic term “repression of man-made global warming”, outside to the repression of specific problems of the locations in the park.

The majority of society wants climate protection, but does not want to change. It becomes nervous, susceptible to fossil lobby campaigns, superstitions and right-wing influences.

People are in favor of doing something about man-made global warming, but they still want to fly on vacation. You deny your own fossil addiction. The other countries, the politicians, should take action against the climate crisis. People don’t want to see their own responsibility as voters for political parties and as consumers of flights, cars and goods who cause CO₂ emissions. Of course, something should change, just not in your own life. Science calls this behavior cognitive dissonance.
Gallery

The works in the gallery and front garden refer to the generic term “repression of man-made global warming”. Locations 6. and 7. in the plan.
Park

Works refer to the displacement of problems in the park. Dates in the park Fri, 5/24, 4-6pm and Fri, 6/14, 4-6pm. Locations:

1st park path at the Waldemar Bridge: Cyclists and scooter riders displace the driving ban in the park.
2. park path south of the lake: the greenery on the walls is being damaged for graffiti. The sprayers suppress the importance of the climbing greenery for people.
3rd, 4th sidewalks near the stairs into the park: Litter is dumped or thrown down. The actors repress fact that the litter usually disturbs pedestrians and residents.
5th lake: The lake is over-fertilized due to the prohibited feeding of aquatic animals. The feeders suppress the adverse effects on animals, water quality and the plants of the lake.

call: Contemporary Landscapes – the virtual 3D exhibition

Deadline: 30 February 2024
Call for ebnries

Contemporary Landscapes the virtual 3D exhibition
EXHIBITION DATES: March 15 – April 15, 2024.

Worldwide Artist Open call

“Places matter. Their rules, their scale, their design include or exclude civil society, pedestrianism, equality, diversity (economic and otherwise), understanding of where water comes from and garbage goes, consumption or conservation. They map our lives.”
― Rebecca Solnit, Storming the Gates of Paradise: Landscapes for Politics

Are you inspired by landscapes? Are you creating them? Send them to us.We hold exhibitions in virtual 3D rooms tailored for art display. From minimalist to maximalist, we’ll find walls that will make your art stand out.

We are now accepting submissions for our Contemporary Landscapes – the virtual 3D exhibition. Any artist from any background can submit any of their work. We accept work in all types of techniques: painting, drawing, collage, digital art, photography, sculpture. There is no charge to submit your application, please feel free to share your work with us. A processing fee 30 € is applied per artist once they have been selected for the exhibition. Our team will review all applications and the selected works will be announced.

“Contemporary Landscapes” is the virtual 3D exhibition, so we do not need physical works of art. Artists are also free to sell their works, we take 0% commission, and any sale inquiries will be directed back to the artists.

How to Apply:

-Please email all the following information to galleryomnibus@gmail.com and quote “Contemporary Landscapes” on the subject of your email:
-Up to 5 Artwork images by email (jpeg format, up to 3MB each image). For the exhibition we will choose one or two entries.
-Please name each file with the title of each artwork (e.g., “Untitled. JPEG”)
-[No political, pornography or hate artworks will be accepted].
-Please send your application in English only!
-Details of the artwork (title, size, medium and price). (e.g., “Untitled”, 50 x 70 cm, Oil on Canvas, price.
-A brief bio about the artist / artwork (100 words max, preferably written in the 3rd person)
-Send us your website and social media (if applicable)

All works proposed for the exhibition will be considered by our curator – professional artist and member of the group of artists of Сreative Сenter Omnibus. Works will be judged based on creativity, originality, quality of work, and overall artistic ability.

If you have been selected:
we will then send you an PayPal.Me-Link with a processing fee (30 €), this can also be paid by bank transfer. We will also ask you to send statement confirming you are the author of the original artwork and it does not infringe the rights of any third party.

Copyright. Artist retains the sole copyright for the images.All display images will be credited with their artist’s name.

ZMO – Regionalverband Dresden e.V.
Kreativzentrum Omnibus
Großenhainer Str. 99, Haus1
01127 Dresden
https://gallery-omnibus.com

call: Supergau 2025

Deadline: 12 February 2024
Call for entries

Open Call
Supergau is an imaginary landscape, a culturally primaeval landscape!
Supergau is temporarily limited and, during the festival, superimposes itself like a second layer over the existing topography of one of each of the five Gaue (regions) of Salzburg (Flachgau, Lungau, Pinzgau, Pongau, Tennengau)
https://www.supergau.org/

What is Supergau?
Supergau is freed from the supposed dominance of the city with its programmed cultural spaces, freed from municipal museums, theatres, cabaret stages, that need to be filled by a target audience. Freed from the concept of the public space because Supergau knows only landscape.
Supergau is surface and depth at the same time. Supergau has forest- and meadowscapes, mountainscapes, housescapes, asphalt- and concretescapes. All these and other landscapes can become a stage at Supergau, an artistic field of action. Supergau is a festival that takes place exclusively outdoors.

The biennial festival celebrated its premiere in Flachgau in 2021 and transformed Lungau into a Supergau for contemporary arts in 2023. The festival will continue in Pinzgau in 2025.

Supergau invites artists to take their time for the festival and therefore enables residencies in advance that offer the opportunity to work on site, conduct research and engage in dialogue. The entire creation process, the development of a Supergau dramaturgy and the joint development of content with the participants is an essential part of the festival. This Open Call marks the beginning of the Supergau, which will culminate in the ten-day festival for contemporary arts in late May/early June 2025.

What are we looking for?
– Artistic contributions outdoors
– Artists from various disciplines who will join us in exploring the question
of what the countryside can do as an art- and as production-space,
what the city cannot do and what new forms of encounter and dialogue
we can create here
– Artists engaged with the questions, problems and potentials of this
region
– Spatial art that can cover entire meadows, forests, lakes, squares or
motorways, for example
– Cross-disciplinary works that enter into collaborations with visitors,
residents, local initiatives or associations
Mixed teams with participants from fields other than art are possible (e.g.
from science, agriculture, health, education, crafts).
1 The province of Salzburg is divided into five political districts and one statutory city, the City of Salzburg. The districts are still commonly referred to as Gaue (as landscape areas). for contemporary arts

Locations
The third edition will transform Pinzgau into a Supergau for contemporary art. With its 2,641sqm, Pinzgau is the largest district in the province of Salzburg. The festival therefore focusses on the region between Krimml and Zell am See. The following towns are located in this area: Wald im Pinzgau, Neukirchen am Großvenediger, Bramberg, Hollersbach, Mittersill, Stuhlfelden, Uttendorf, Niedernsill, Kaprun and Piesendorf.
A connecting element is the Salzach river, which originates in Vorderkrimml and runs through all the villages in the upper Salzach valley. The Kitzbühel Alps in the north and the Hohe Tauern in the south (highest mountain:
Großvenediger, 3,657m) characterise not only the landscape, but also local life. It is a difficult balancing act between ecological protection and economic utilisation of the impressive natural area, large part of which is legally protected as the Hohe Tauern National Park. This makes it necessary for the submissions to deal with possible limitations and restrictions due to nature conservation.
The approximately 40,000 people in this select region live on just under 1000sqkm. Zell am See, with around 10,000 inhabitants, is the district capi tal of the Pinzgau. Primary economic sectors are tourism and agriculture.
As in many rural regions, the issue of emigration, land use and development, second homes and the effects of climate change on local life and (ski-)tourism also play a role here.
High water and flooding in the villages between Krimml with its waterfalls and Zell am See have led to an increase in protective measures, which are currently being worked on.
Even people from Salzburg often don‘t realise that the Pinzgau region has a natural border with Italy. This arduous passage over the Krimmler Tauern was one of the escape routes for Jewish travellers to Italy in 1947 to escape the persistent anti-Jewish climate and set off for Palestine via Trieste.
As in most rural regions of Austria, the local brass bands and folk cultural organisations are firmly anchored in the culture. But there is also room for regional museums and initiatives with venues for contemporary art and culture.

APPLICATION DOCUMENTS
The remuneration will be processed in the form of a grant from the province of Salzburg.
All required documents must be sent as a single PDF file to kultur-wissenschaft@salzburg.gv.at

by Sunday, 12 February 2024, 23:59 at the latest.

The required PDF with a maximum number of eight pages and a maximum file size of 10 MB must contain the following information:

– Short outline of the project (max. five sentences explaining the essence of the project. The short description is for publication on the Supergau
website)

Remuneration
The total budget for the Open Call is 220,000 euros. Together with a jury
of experts, the artistic director selects projects that can apply within two
categories:
A. up to € 15.000,–
B. up to € 30.000,–

These two categories are purely indicative and say nothing about the quality and importance of the individual artworks. The categories play no evaluative role whatsoever in the programming, supervision and realisation and are not mentioned even after the judging.
The lump sums stated above must include fees, production and performance costs as well as travelling expenses. These amounts are gross amounts. It is expressly pointed out that the province of Salzburg, as the organiser, attaches great importance to „fair pay“ (www.fairpaykultur.att) and that the calculations are explicitly assessed in this respect. Fair, ade quate remuneration for all participants is one of the selection criteria.
Supergau provides accommodation and meals for a maximum of 2 people per collective / group during the residencies and invites all participating artists to stay overnight in Pinzgau for the entire festival period (in May/ June 2025) (flat-rate accommodation allowance per group).
Applicants are welcome to bring in additional funding from outside sources to support their proposal. The application is open to individuals, groups, or ensembles at any stage of their career.
Applicants must be at least 18 years old.
Supergau offers further support during the preparation and duration of the festival as well as professional marketing and press work.

Supergau will take place at the end of May 2025. The preparation period begins with the official announcement of all participants from the Open Call in May 2024.
Open Call closing date Monday, 12 February 2024
Jury meeting KW 15/2025
Announcement of selected artists KW 16/2024
First residence in Pinzgau 22–26 May 2024
Second residence in Pinzgau Late September 2024
Festival 23 May–1 June 2025
Organiser:
Province of Salzburg
Festival Management:
Matthias Ais (Land Salzburg)
Tina Heine (Atelier für Zeitgenossen)
Enquiries about the Open Call can be made by e-mail:
kultur-wissenschaft@salzburg.gv.at
Timeline
Contact
– Project proposal with a description of the project idea and technical
realisation
– Cost estimate in accordance with the selected category A or B
– Short CV, e-mail, telephone number, link to website, social media channels (if available)
Multiple submissions of the same project in different categories are not possible. Video work must either be embedded in the PDF or presented using storyboards or screen shots. Only the one PDF file (eight pages) with all required documents will be considered for the evaluation of the submitted work!

Organiser: Province of Salzburg
Festival Management: Matthias Ais (Land Salzburg) | Tina Heine (Atelier für Zeitgenossen)

Enquiries about the Open Call can be made by e-mail: kultur-wissenschaft@salzburg.gv.at

https://www.supergau.org/en/open-call/

OBSESSIONS - Take part in a photography exhibition in Berlin!

 



Deadline: 31 May 2021


"In their creative practice, many artists gravitate towards certain ideas that are intruding on their mind and to which they keep on returning over and over again - some forms of obsessions that drive them to create. The extraordinary perseverance and the willingness to take risks that arise from them are often the driving force that feeds artists’ productivity, allowing them to grow in their practice and deliver exceptional outcomes while expanding their singular universe.


Where is the line between returning to a theme or an idea over and over again and an obsessive behavior? Do artists nurture a pathological obsession with their creations, or is it on the contrary the necessary force that will help them persevering despite all the obstacles they will encounter along the way, allowing them to reach a certain form of greatness? 


What kind of obsession drives you in your quest for images? What does it reveal about yourself and how does your photographic practice help you grow, both artistically and personally? Does it bring clarity to your deepest interrogations or have any kind of therapeutic function, for yourself or for the people involved in your projects? Does the fact of diving into the obsessions of your inner world help you existing or resisting in an anxious context like the one we are facing now?


All approaches to the topic are welcome, we are looking forward to discovering the ideas that are invading your mind!"


Entry fee

5€ (single image) - 10€ (3 images) - 15€ (series)


Prizes and awards:

The selected artists will take part in a collective exhibition at the gallery "Tête" in Berlin in July 2021.


Details:

https://www.pep.photography/calls

Prisma Art Prize - 8th edition

 


Deadline: 12 May 2021


Il Varco is glad to inaugurate the eight edition of Prisma Art Prize, a quarterly award with cash prizes for artists from all around the world that will become a collective exhibition for the first time in June 2021 in Rome.

Organized with the goal of creating a space for visual artists to share their work with hundreds of colleagues from all around the world, it offers 2000€ in cash awards every year, purchase prizes and packages of services worth 2500€ from Biafarin and Vivivacolors in four seasonal competitions and an online gallery where the artworks are put on display forever.

Jurors are qualified and esteemed painters, curators, mixed media artists and digital artists from different countries all around the world. The exhibition will take place at Atelier Montez, a contemporary art factory born in 2012 from the redevelopment of an urban wreck on a project by the Artist Gio Montez, that has already attracted international artists like Hermann Nitsch, Cheikh Zidor and Turi Sottile.

Visit our finalists gallery and submit on our official website.

Signing up is fast and you can do it entirely online.


Entry fee:

25€


Prizes & Awards:

Various prizes: 

Cash prize (500€), service prizes and interview every three months, live exhibition in a gallery in Rome every year


Details:

https://www.prismaartprize.com/



Lab.18 art contest

 


Deadline: 11 March 2021


"Lab.18 art contest, is a call for submissions open to all kind of artists. Works allowed in the art competition are: drawings, paintings, sculptures, photographs, graphics, mix media and video. A great opportunity for the artists, which can win a cash prize, have the opportunity to exhibit the artworks and much more. 

The following types of works are admitted: Painting, Sculpture, Photography, Mixed media, Digital, Video, Graphics, Net art, other (all visual works that can be reproduced through a picture are allowed).

The contest is addressed to professional and amateur artists, graphic designers, painters, photographers, etc. from all over the world. 


Entry fee

45€


Prizes / Awards

5000,00€

- collaboration award for a new Malamegi collection

- artwork acquisition award

- cash prize

- monographic book prize


Details:

https://www.lab.malamegi.com/

GETXOPHOTO OPEN CALL 2021

 


Deadline: 10 February 2021


"GETXOPHOTO’s Open Call provides an opportunity for visual artists and photographers to exhibit their work in the Festival’s next edition, in September 2021. To Share will be the theme of GETXOPHOTO’s 15th anniversary, aiming to create and use non-conventional installations in physical and digital spaces.


The international jury made up of Cristina de Middel –photographer–, Mariama Attah –curator of the Open Eye Gallery Photography Museum (Liverpool) –, Jon Uriarte –digital curator of Photographers’ Gallery– and Gwen Lee –director and co-founder of the Singapore International Photography Festival (SIPF)– will select 3 projects that will be part of the artistic programme in the next edition of the Festival."


Entry fee:

20€


Prizes / awards

"3 artists will benefit from (if the jury finds it convenient, the number of winners may be increased):


    The production of an exhibition at GETXOPHOTO Festival alongside recognized contemporary visual artists

    Fee of 400€ as participant of the Festival

    Accomodation for 2 nights during the Opening Week.

    Inclusion in the Festival’s programme and publication

    Inclusion in the Festival’s communication marketing campaign

    Dedicated entry on the Festival website

    Being seen by a large number of visual arts and media professionals"


Details:

https://contests.picter.com/getxophoto-open-call-2021

Connections - Take part in a photography exhibition in Berlin

 




Deadline: 5 February 2021


"Call for photographers"

Theme: CONNECTIONS

The selected artists will take part in a collective exhibition at the gallery « KlanGalerie » in Berlin in April 2021."



Entry fee:

5€ for single images, 

10€ for 3 images and 15€ for series


Prizes / awards

Exhibition opportunity - publication in the exhibition catalogue +online



Details:

www.pep.photography/calls

PAN e METAPAN a Napoli

Il PAN | Palazzo delle Arti Napoli, istituzione ospitata negli spazi di Palazzo Carafa di Roccella, in tempi non sospetti è stato molto attivo su tematiche d’avanguardia come le ricerche attorno al digitale, è in procinto di riaprire i suoi spazi nel 2025 come Museo dell’Immagine.

Pensato come centro di ricerca, con una programmazione curata da Vincenzo Trione, avvia ora le sue attività con il METAPAN, che anticipa anche l’architettura legata alla ristrutturazione dell’architetto Giovanni Francesco Frascino che intende “ripensare l’attuale configurazione del PAN, riaffermando con forza l’originaria vocazione urbana dell’edificio settecentesco”.

“Alla riapertura”, così annuncia il comunicato stampa, “gli spazi del museo comunale saranno destinati al Museo dell’Immagine. Fotografia, cinema, digital art, ma anche pittura e scultura in dialogo con i nuovi media. Museo come territorio dell’iconosfera. Un luogo in cui scoprire come le immagini oggi si trasformano, si contaminano e si ibridano, contribuendo a mutare il mondo che abitiamo”.

Il METAPAN inaugura le attività di questo spazio nel Metaverso con una meta operazione curata da Maria Grazia Mattei, direttrice del MEET a Milano e Valentino Catricalà, con il lavoro di quattro artisti italiani che lavorano su scala internazionale: Chiara Passa, Davide Quayola, Auriea Harvey e Bianco-Valente. Il tutto si avvale della supervisione tecnica dell’architetto Giuliano Bora, che ha realizzato lo spazio all’interno di una piattaforma immersiva tridimensionale in maniera estremamente curata.

Dopo aver attraversato il viale e ammirato l’architettura del futuro PAN, si entra al suo interno dove le i quattro progetti dei rispettivi artisti selezionati sono immaginati come site specific, quattro diversi modi di invitare il pubblico nel progetto futuro architettonico ed espositivo, diverse tipologie di produzione artistica traslate in esperienza nello spazio.

Sulla sinistra si entra nel progetto di Chiara Passa, dove la sua serie di Object Oriented Stones, sculture tridimensionali fruibili in realtà aumentata, è traslata nello spazio virtuale. Entrando all’interno di una gigantesca pietra-scultura, si esplora il paesaggio in maniera giocosa invitati a catturare le dieci pietre che del paesaggio sono parte integrante.

Sulla destra la stanza dedicata a Quayola, artista che pone il suo lavoro tra reale e artificiale, tra tradizione modernità attraverso un ampio uso di algoritmi, presenta la Laocoön Sequence, traslazione della sua serie di studi sul Lacoonte nel digitale, presentate in uno spazio espositivo virtuale molto curato, anche per quello che riguarda l’illuminazione.

Proseguendo, incontriamo il lavoro dell’artista e scultrice Auriea Harvey che catapulta il nostro alter ego virtuale una ziggurat perduta, una stanza ma anche una condizione che scaturisce da mistero e inquietudine, posto inospitale dal quale si rimane però attratti, complice anche il suono che accompagna la permanenza.

Il duo Bianco Valente mette in relazione linguaggio umano e sistemi informatici. Il lavoro, ma soprattutto la loro presenza in questo progetto, due artisti da sempre interessati alla dualità corpo-mente e impegnati in progetti relazionali per lo più legati al territorio alle comunità di tutto il mondo, la città natale Napoli in primis, lascia intravedere l’intenzione di una progettualità del PAN che si pone tra più dimensioni, su un piano interdisciplinare, e senza mai perdere di vista le radici con il territorio.

METAPAN, a cura di Maria Grazia Mattei, direttrore del MEET a Milano e Valentino Catricalà
Artisti: Chiara Passa, Davide Quayola, Auriea Harvey and Bianco-Valente.

ENTRA NEL METAPAN 

 

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